Nel IX libro dell’Iliade Agamennone, in ansia per le sorti della guerra, invia ad Achille ambasciatori scelti per convincerlo a tornare: se accetta, avrà indietro Briseide e una quantità inverosimile di doni. Dopo Odisseo prende la parola Fenice, il vecchio tutore che lo aveva tenuto sulle ginocchia da piccolo. Egli cerca di persuadere Achille facendo appello a un ‘paradigma mitico’ già antico, la cui importanza non doveva essere inferiore a quella del ciclo tebano o degli Argonauti: Meleagro e la lotta tra i Cureti e gli Etoli.

Secondo lo schema analogico di Fenice, Meleagro è l’eroe che in un primo tempo si ritira dalla guerra accecato dall’ira, ma alla fine cede e torna a combattere per salvare il suo popolo. Cos’era accaduto? In seguito a una grave offesa, Artemide aveva inviato un feroce cinghiale a devastare Calidone, in Etolia. Meleagro, figlio di Eneo re degli Etoli, organizza la caccia radunando giovani eroi da tutte le città (molti di essi perderanno la vita) e riesce infine ad abbattere la fiera. Ma nel corso della lotta scatenata per il possesso delle spoglie, uccide un fratello della madre Altea, attirando così su di sé la maledizione di quest’ultima.

In collera con lei, si ritira dallo scontro e vede precipitare le sorti di Calidone, ormai cinta d’assedio. Né le suppliche di parenti e amici né la promessa di una ricca ricompensa valgono a farlo recedere dal suo proposito, e solo a guerra quasi perduta sarà costretto a rientrare in battaglia (a quel punto però senza più doni).