Che cosa penseremmo di uno studente che alla maturità attribuisse il celebre «Cantami, o diva…» della premiata ditta Omero-Vincenzo Monti a un poema intitolato Illiade, per giunta collocandolo nel libro XXII anziché dove è sempre stato e cioè all’inizio, trattandosi del proemio?
La doppia l può essere una svista (per quanto), ma non saper riconoscere il più famoso incipit della letteratura occidentale significa avere attraversato la scuola dell’obbligo senza permetterle di lasciarti la minima impronta. Come spostare «Nel mezzo del cammin di nostra vita» in un canto del Purgatorio o «Quel ramo del lago di Como» in testa al capitolo sulla conversione dell’Innominato.
Invece l’horror di cui sopra non si trova in un tema della maturità (non ancora, almeno) ma in un elegante cartellone bilingue posto all’ingresso del parco archeologico del Colosseo, sotto l’illuminata guida della Sovrintendenza e del ministero della Cultura. A concepirlo è stato qualcuno che lavora alle dipendenze o comunque all’ombra di quelle prestigiose istituzioni. Anzi, più d’uno: chi ha scritto Illiade stando attento che le l fossero due e non quattro, chi ha spostato d’arbitrio i versi del proemio in mezzo al libro dedicato all’uccisione di Ettore e poi chi ha riletto, approvato, stampato e infine controllato il manufatto compiuto. E sì che sarebbe bastato consultare l’intelligenza artificiale. Ma per farlo serve pur sempre un minimo di cultura naturale. In che mani siamo, o diva.















