Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove?