di
Jacopo Storni
Allo stadio Picchi di Livorno l'omaggio col feretro in campo. Lo striscione sotto la curva: «Ciao Igor, oggi salutiamo l’uomo prima ancora del calciatore. Solo chi ti ha vissuto ci può capire»
In lutto eppure in festa. Perché Livorno è così: soffre ma col sorriso, senza perderlo mai. In 12mila a salutare Igor Protti per il suo ultimo giro di campo, dentro il feretro nel carro funebre, che viaggia lento sotto gli spalti. E si ferma per quasi un’ora sotto la curva nord. Che urla d’amore per lui. Come fosse una finale, come fosse uno scudetto. Sembra davvero una finale, dalla gente che c’è.
Il fiume umano all’ingresso, i motorini che sfrecciano verso l’Armando Picchi. Aveva detto che avrebbe lottato fino al novantesimo minuto, nel corso della malattia, ma forse la sua partita non è mai finita e mai finirà. Perché Igor Protti continua a vivere nella memoria amaranto che mai dimenticherà quello che è stato. Il suo estro, il suo fiuto. E la persona, più di tutto il resto.










