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È ormai risaputo che Israele ritiene l’accordo preliminare degli Stati Uniti con l’Iran un disastro per la propria sicurezza e un tradimento da parte dell’amministrazione di Donald Trump. Ma il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è da solo, questa volta. Per ragioni diverse l’accordo non piace davvero a nessuno, con l’eccezione del regime iraniano e di Donald Trump, che pubblicamente lo sta difendendo a spada tratta.
Non piace ai paesi arabi del golfo Persico, che lo vedono come il minore dei mali. L’accordo dovrebbe porre fine ai bombardamenti sui loro territori e riaprire lo stretto di Hormuz, e alcuni paesi – in particolare il Qatar – hanno anche contribuito ai negoziati. Ma al tempo stesso l’accordo rafforza l’Iran, un nemico storico di molti stati della regione, e rischia di formalizzare il suo ruolo di controllo dello stretto di Hormuz, una via commerciale fondamentale che prima della guerra era completamente libera.
Inoltre per i paesi arabi del Golfo l’accordo è anche la prova della loro marginalità diplomatica: pur avendo il potenziale di cambiare tutti gli equilibri politici ed economici della regione, è stato negoziato esclusivamente da Stati Uniti e Iran, con i paesi del Golfo relegati a ruoli minori. Di fatto il destino della regione è stato deciso da altri.















