A pochi giorni dalla firma del Memorandum d’intesa tra Usa e Iran a Ginevra del 19 giugno, il bilancio dell’analista Giuseppe Dentice: Trump e Netanyahu escono indeboliti dalla guerra, mentre Teheran incassa una rinnovata centralità. Resta l’incognita del governo israeliano, isolato nella regione e considerato una vera e propria mina vagante pronta a far crollare l’accordo di pace da un momento all’altro.
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Dopo tre mesi e mezzo di conflitto, e alla luce dell'imminente accordo di pace che – salvo colpi di scena – verrà firmato a Ginevra il prossimo 19 giugno, è arrivato il momento di tirare le somme della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Le ostilità esplose lo scorso 28 febbraio hanno tenuto il mondo con il fiato sospeso, ma oggi che le diplomazie sono al lavoro per i dettagli finali la domanda d'obbligo è una: chi ha vinto davvero questo braccio di ferro?
Se la Casa Bianca si prepara a vendere l'intesa come un trionfo personale di Donald Trump, la realtà sul campo è ben diversa. Non sono gli Stati Uniti, e tanto meno Israele, a uscire rafforzati dal conflitto bensì un Iran che, pur soffocato dalle sue gravi contraddizioni interne, ha ritrovato una centralità politica e una legittimità internazionale prima impensabili. Ed è proprio questo verdetto geopolitico a rendere l'equilibrio precario: isolato nella regione e insoddisfatto dai risultati, Tel Aviv resta la vera mina vagante di questo accordo, pronto a far saltare la pace da un momento all'altro con un colpo di coda militare. Per tracciare un bilancio e capire i rischi di questa fragile transizione, Fanpage.it ha intervistato Giuseppe Dentice, analista esperto dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) e coautore dell'Atlante Geopolitico del Mediterraneo dell'Istituto "San Pio V".













