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Mercoledì il presidente statunitense Donald Trump ha reagito in maniera sprezzante quando, a margine del G7, i giornalisti gli hanno fatto presente che Israele è molto preoccupato per l’accordo che Trump ha concluso con l’Iran per provare a mettere fine alla guerra in Medio Oriente. L’accordo, che abbiamo spiegato qui, e che in realtà è un pre-accordo, perché lascia molte questioni ancora aperte. Parlando per esempio del fatto che il testo non tocca il programma missilistico iraniano, che da sempre è ritenuto una grossa minaccia per la sicurezza del Medio Oriente, Trump ha risposto: «I missili non sono un problema… Possono danneggiare un piccolo posto, ma non distruggere il mondo».
Il «piccolo posto» è Israele.
L’idea che un presidente degli Stati Uniti – e soprattutto uno come Trump – possa parlare in maniera così incurante di attacchi contro Israele, lasciando intendere che non è più di tanto un suo problema, è praticamente inaudita. Ma è indicativa dello stato del rapporto tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che dopo un lungo periodo di deterioramento è arrivato al suo punto più basso.
Di fatto, con questo accordo, Trump ha messo in secondo piano gli interessi di Israele. Questo non significa che l’alleanza tra i due paesi sia interrotta, ma che l’amministrazione americana ha deciso di abbassare notevolmente la sicurezza di Israele tra le sue priorità politiche.













