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Dopo che domenica l’Iran aveva lanciato alcuni missili balistici contro Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato un’intervista al Financial Times. Nell’intervista, tra le altre cose, Trump chiedeva al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di non rispondere alle provocazioni iraniane, per timore di mettere a repentaglio il cessate il fuoco in vigore tra Stati Uniti e Iran, e si diceva convinto che Netanyahu gli avrebbe obbedito: sulla guerra in Medio Oriente «sono io che decido, non lui».

Netanyahu però ha attaccato ugualmente l’Iran, ignorando le richieste di Trump. Le cose sono poi rientrate nelle ore successive, ma hanno mostrato quanto la guerra in Medio Oriente abbia generato differenze e tensioni tra Trump e Netanyahu.

Queste differenze esistono fin dall’inizio, soprattutto negli obiettivi: è sempre stato chiaro che Trump, attaccando l’Iran, sperava in una guerra che gli consentisse una vittoria rapida sul modello di quella ottenuta in Venezuela a gennaio, quando con una operazione militare mirata gli Stati Uniti avevano catturato l’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro. Netanyahu, invece, è sempre stato pronto a una guerra lunga, e a fare di tutto per distruggere o indebolire il più possibile le due minacce che ritiene esistenziali: il regime iraniano e il suo alleato in Libano, Hezbollah.