Donald Trump oscilla come sempre. Con straordinaria superficialità passa dall’entusiasmo per un accordo con l’Iran che considera fatto alle minacce di bombardamenti a tappeto se non si arrivasse domani alla firma nero su bianco dell’intesa in termini favorevoli agli Stati uniti. In Israele, non solo il governo, tifano per la seconda opzione. Il 55% degli israeliani, riferisce la tv pubblica Kan, non approva la pace con l’Iran e spera ancora che gli F-15 dei due paesi decollino di nuovo insieme per martellare Teheran, persino peggio di prima. Solo il 18% è per la fine delle ostilità e non è un caso che si tratti in maggioranza di cittadini arabo-israeliani.

Ad accrescere lo sbigottimento e l’irritazione di chi, nello Stato ebraico, credeva di aver trovato in Trump lo strumento per ridisegnare il Medio Oriente sulle esigenze di Israele, sono state anche le ultime dichiarazioni del presidente americano che minimizzano i rischi legati alle scorte di uranio arricchito dell’Iran che, ha detto, «non hanno valore». Non solo. Trump si è detto contrario alla richiesta di privare l’Iran di tutti i suoi missili balistici. Un punto sul quale Tel Aviv batte da anni, poiché i missili iraniani riescono, seppure in numero esiguo, a bucare le dispendiose difese aeree israeliane: Usa e l’Iran ne discuteranno solo nei prossimi negoziati, successivi alla firma del memorandum d’intesa. «Gli iraniani devono avere dei missili perché anche altri ne hanno», ha spiegato Trump.