Donald Trump l'ha buttata lì en passant, quasi di sfuggita, rispondendo a una domanda del corrispondente di Abc a Washington Jonathan Karl che gli chiedeva se Benyamin Netanyahu si ricandiderà alle elezioni del prossimo autunno. "Trump mi ha detto che resta una questione aperta se il premier israeliano si presenterà nuovamente alle elezioni, si chiede 'se Bibi voglia davvero continuare'", ha scritto Karl su X martedì sera, riferendo del colloquio con il presidente Usa. "Non lo so, ha avuto una carriera straordinaria.
Vuole continuare? Perché, sapete, è un primo ministro in tempo di guerra. Molto presto vinceremo la guerra in un modo o nell'altro... va bene così, proprio come io sono un presidente in tempo di guerra", ha detto il Commander in Chief. La replica del partito di Netanyahu, il Likud, è arrivata mercoledì mattina, via social. "Il primo ministro si candiderà alle prossime elezioni e, a Dio piacendo, vincerà".
La pacatezza delle due dichiarazioni non dipinge in modo appropriato il frenetico lavoro in corso dietro le quinte a Gerusalemme e Washington, dove Netanyahu da una parte e Trump dall'altra, stanno giocando due partite cruciali, politiche, personali e storiche. Fonti vicine all'entourage del premier israeliano, ma anche i leader dell'opposizione, descrivono l'obiettivo di Netanyahu come "non negoziabile". Nella domanda di grazia presentata il primo dicembre del 2025 al presidente Isaac Herzog, è totalmente assente qualsiasi ammissione di colpa o di comportamento scorretto. Elemento, questo, giuridicamente legato alla richiesta e all'ottenimento del 'pardon'. Ma il premier, secondo tutti gli analisti israeliani, in questa feroce partita a scacchi non intende rinunciare neppure a una pedina.














