REUTERS/Matteo Minnella
“Netanyahu non avrà altra scelta che accettare un cessate il fuoco negoziato tra Stati Uniti e l’Iran: perché qui comando io, soltanto io”. Donald Trump c’è cascato ancora una volta: di fronte agli ordini della Casa Bianca, per quanto perentori e tassativi, di non reagire agli attacchi iraniani su Israele, il premier israeliano (o chi per lui) ha deciso di scatenare comunque una nuova offensiva, che sia contro l’Iran come pochi giorni fa o contro il Libano, com’era già accaduto lo scorso aprile; comunque contro, risolutamente contro qualsiasi accordo che possa portare alla costruzione, pur faticosa e accidentata, di una tregua in Medio Oriente. Che è interesse di molti, ma evidentemente non dell’attuale governo d’Israele, che di guerra ormai si nutre, quasi fosse un programma politico, o ancor peggio un metodo. Un governo che peraltro tra pochi mesi, al più tardi il prossimo ottobre, dovrà anche superare lo scoglio delle elezioni legislative, le prime dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, dopo la carneficina di Gaza, dopo le guerre dichiarate all’Iran e al Libano. E non è affatto detto che ci riesca, visti gli ultimi sondaggi che accreditano il blocco dell’opposizione, guidato dal tandem Naftali Bennett-Yair Lapid, in netto vantaggio sulla coalizione di estrema destra ultranazionalista che sostiene Netanyahu. Leggi anche: Cuba senza petrolio, appello all’Onu: “Rischiamo la catastrofe umanitaria”Le domande, com’è ovvio, sono molte. La prima: Netanyahu può permettersi di disobbedire al suo più prezioso alleato, che sovvenziona lautamente le sue spese militari? A fare chiarezza sul punto, e a quantificare le somme ricevute da Tel Aviv, ci ha pensato, pochi giorni fa, la community online LegalClarity.org: “Gli Stati Uniti assegnano a Israele un valore di base di 3,8 miliardi di dollari ogni anno in base a un accordo decennale, suddiviso tra 3,3 miliardi di dollari in sovvenzioni militari e 500 milioni per la difesa missilistica. Tuttavia - spiega il sito - questa base è stata superata negli ultimi anni dalla spesa d’emergenza. Durante la guerra di Gaza, iniziata nell'ottobre 2023, il Congresso ha approvato circa 12,5 miliardi di dollari in aiuti militari e di difesa supplementari oltre all’impegno annuale, e l'attuale amministrazione ha autorizzato quasi 12 miliardi in più in vendite di armi all'inizio del 2025. In totale, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele circa 174 miliardi di dollari in dollari nominali dal 1946, ovvero circa 298 miliardi di dollari, calcolando l’inflazione, il che rende Israele il maggior destinatario cumulativo di assistenza estera americana”. Quindi la risposta più semplice sarebbe no: Israele, che in questi ultimi anni ha perso, di fatto, gran parte del sostegno internazionale (questione affrontata anche da The Algemeiner Journal, giornale con sede a New York che copre notizie ebraiche americane e internazionali), non può permettersi di disobbedire all’alleato numero uno. Ma di mezzo ci sono le elezioni: e Netanyahu già la settimana scorsa aveva annullato i piani per bombardare Beirut, proprio in virtù della pressione di Trump, che durante una telefonata tra i due leader, come riportato dal sito americano Axios, l’aveva definito “completamente pazzo”, aggiungendo: “Saresti in prigione se non fosse per me. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo”. Se il premier israeliano avesse nuovamente chinato il capo si sarebbe mostrato come leader debole, manovrabile, attaccabile, anche per la stessa maggioranza che lo sostiene. E Netanyahu da anni (per le sue inchieste giudiziarie rimaste in sospeso), ma soprattutto ora (con un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità), non può permettersi di perdere il potere.La seconda domanda è più netta: perché Trump tollera i colpi di testa del premier israeliano, che lo stanno evidentemente mettendo in imbarazzo, con un consistente danno d’immagine, peraltro alla vigilia del calcio d’inizio dei Mondiali di calcio? Perché non dà seguito alla minaccia di “abbandonare Israele nella sua lotta contro l’Iran”? Al di là delle ipotesi più o meno fantasiose (secondo una teoria del complotto assai in voga Trump sarebbe sotto ricatto d’Israele per impedire la pubblicazione dei file Epstein), il quotidiano britannico The Guardian tenta un’analisi che traccia un interessante parallelo nelle traiettorie politiche dei due leader, e dei rischi che correrebbero se la sottile linea del dialogo in Medio Oriente dovesse spezzarsi. “Per assicurarsi il sostegno dell’estrema destra israeliana, Netanyahu deve dimostrare di essere pronto a sfidare Trump di tanto in tanto - scrive Julian Borger -. ma nessun leader israeliano può permettersi di bruciare ponti con Washington, il suo principale garante della sicurezza. Convincere Trump a unirsi all’attacco all’Iran è stata la più grande vittoria della carriera di Netanyahu, ma quel trionfo sta crollando. Ora la migliore possibilità di Netanyahu per la sua sopravvivenza politica è che i colloqui di pace falliscano. Sia Trump che Netanyahu sono saliti in cima grazie a una capacità di individuare le debolezze dei rivali, e possono chiaramente vedere le vulnerabilità dell'altro. Entrambi si trovano su macchine politiche frammentate e affronterebbero seri rischi legali se dovessero perdere il controllo del potere. Finora i due anziani leader hanno trovato un rimedio comune alla loro situazione interna andando in guerra. Netanyahu è ancora determinato a proseguire e portare con sé la potenza militare degli Stati Uniti, mentre Trump vacilla. Finché questo dramma tra due personaggi rimarrà irrisolto, il Medio Oriente continuerà a pagare il prezzo”. Un’analisi condivisa anche da Axios, che poche ore fa, riportando il commento anonimo di un funzionario del governo americano, sintetizzava: “Bibi (Netanyahu) ha bisogno che la guerra continui per rimanere a far politica in Israele, mentre Trump ha bisogno che la guerra finisca per restare politicamente vivo negli Stati Uniti”. Un Trump che, non va dimenticato, il prossimo novembre dovrà affrontare le elezioni di midterm, e non sarà per lui un passaggio semplice.Differente, ma non poi di molto, la “lettura” del rapporto tra Trump e Netanyahu offerta da Sam Kiley, giornalista di lungo corso del quotidiano The Independent: “Trump e Netanyahu sembrano spesso litigare come fratelli. Ma questa non è la realtà. Il rapporto tra i due leader è stato semmai più simile a quello di un agente e del suo referente. È sempre stato Bibi a gestirlo, e Donald a essere gestito. Questo ha portato benefici inimmaginabili a Netanyahu che, con l’aiuto di Trump, è riuscito a ridurre gli Stati Uniti al semplice ruolo di protettore di Israele”. E ancora: “Netanyahu non era riuscito a convincere le precedenti amministrazioni statunitensi, sotto George Bush, Barack Obama e Joe Biden, tutte sostenitrici di Israele, ad attaccare l’Iran. Nessuno dei suoi predecessori era convinto dalle affermazioni di Israele secondo cui Teheran era a due settimane dallo sviluppare un'arma nucleare, o che davvero rappresentasse una minaccia esistenziale. Misteriosamente, però, Trump ha accettato i piani di guerra di Netanyahu a febbraio di quest'anno, senza alcuna idea di come si sarebbe potuti arrivare a una vittoria. Il fatto che ora Benjamin Netanyahu sfidi l’ordine di Donald Trump di non reagire agli attacchi iraniani su Israele mostra con chiarezza cruda come il primo ministro israeliano rimanga il maestro manipolatore”. A questo punto chi o cosa, oltre agli elettori israeliani, può fermare il premier israeliano, mille volte dato per morto (politicamente) e mille volte risorto? La Casa Bianca? Il Congresso americano? Scriveva lo scorso marzo la rivista statunitense The Atlantic: “Benjamin Netanyahu ha passato la maggior parte dei due decenni trascorsi a perfezionare l’arte della fuga politica. Proprio quando la sua carriera sembra sepolta dal peso delle incriminazioni, o la sua coalizione fatalmente spezzata, riappare, apparentemente illeso, con una nuova chance di potere. Oggi, mentre Israele si trova coinvolto in una guerra su più fronti con l’Iran e i suoi proxy, Netanyahu sta ancora una volta tentando il suo trucco preferito: trasformare una crisi esistenziale nazionale in una linea di salvezza politica personale”. E davvero è verosimile pensare che Netanyahu accetterà il verdetto delle urne il prossimo autunno, semmai dovesse perdere le elezioni? Senza tentare l’ennesima mossa spericolata, l’ennesima capriola politico-militare che gli consenta di restare al potere? In ballo non c’è soltanto la “sopravvivenza di Israele”, come ripetono i sostenitori della “guerra eterna”, ma la sua personale: una drammatica e minuscola pagina della storia, soprattutto se paragonata all’immenso orrore che le sue decisioni politiche hanno generato in questi anni. L’attivista politico palestinese Abed Abou Shhadeh non si fa troppe illusioni: “Netanyahu non si fermerà finché tutti i partiti politici arabi non saranno spariti”, ha scritto sul quotidiano indipendente online Middle East Eye. “Sa che senza i partiti arabi, probabilmente potrà assicurarsi non solo le prossime elezioni, ma anche i futuri governi a venire”.
