«Stiamo avendo colloqui approfonditi con l’Iran e, se falliranno, torneremo a un’operazione militare su larga scala». Donald Trump descrive così il momento del confronto con Teheran, parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One. Da tre notti, dopo tredici giorni di bombardamenti reciproci, le armi tacciono e i mediatori cercano di riaprire uno spazio per la diplomazia. «Ho accolto la richiesta di dare una possibilità alle trattative – ha spiegato il presidente Usa –. L’Iran vuole parlare perché non si trova in una buona situazione. Ci sono buone probabilità che qualcosa si concretizzi, altrimenti torneremo a fare quello che facevamo prima. Ma non concederò molto tempo ai negoziati». Trump ha inoltre smentito le indiscrezioni sulla carenza di missili intercettori, pur ammettendo di voler rafforzare le scorte, e ha anticipato i temi dell’incontro di oggi con Benjamin Netanyahu: «Ci sono alcune divergenze, ma le nostre posizioni sull’Iran sono molto vicine». Tra le divergenze, pure la vendita dei caccia alla Turchia.

Anche la partenza del premier israeliano fotografa il clima di massima tensione. Netanyahu ha lasciato Israele in modo riservato dalla base aerea di Nevatim, evitando l’aeroporto Ben Gurion, senza stampa, senza comunicare orari e con rigide misure di sicurezza. È diretto a Washington per l’ottava visita alla Casa Bianca dall’inizio del secondo mandato di Trump e per il primo vertice dopo la guerra di febbraio con l’Iran. Prima di imbarcarsi ha ribadito che la priorità resta impedire alla Repubblica islamica di rappresentare una minaccia strategica per Israele. Dopo il colloquio con Trump parteciperà ai funerali del senatore Lindsey Graham, storico sostenitore dello Stato ebraico. Secondo indiscrezioni, Graham si sarebbe detto disponibile a cercare di convincere Trump a sostenere militarmente l’intervento israeliano contro Hezbollah, ma Netanyahu avrebbe preferito evitare un ulteriore allargamento del conflitto.