Roma, 9 giugno 2026 – Per quanto Donald Trump persista nel ribadire di essere lui a dettare la linea, la crisi in Medio Oriente appare estremamente legata alle decisioni di Benjamin Netanyahu, alle spaccature interne della sua coalizione, alle diatribe giudiziarie e, ovviamente, alle conseguenze scaturite dall’attacco del 7 ottobre. E mentre la guerra, tra stop and go, prosegue in Libano e il dialogo di pace con Teheran si fa sempre più complesso, Israele vede sopraggiungere lo spettro delle elezioni anticipate, a seguito della rottura con i due partiti ultraortodossi, Shas e United Torah Judaism, che non hanno digerito la mancata estensione della legge per l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose ebraiche, le yeshivot. Una legge che per gli ultraortodossi è imprescindibile, perché l’arruolamento è visto come una minaccia allo studio della Torah, ma che per l’opinione pubblica, considerando i conflitti in corso, è inaccettabile.

Il Likud ha dunque giocato d’anticipo, presentando un disegno di legge per lo scioglimento della Knesset, già approvato in una prima lettura preliminare, senza però avere la garanzia di poter tornare al governo. “Se si votasse a settembre e non a fine ottobre – spiega Sara Isabella Leykin, ricercatrice Ispi specializzata in Medio Oriente e Nord Africa –, ai fini elettorali non sarebbe un grande cambiamento. Il Likud è ancora il primo partito, anche se ciò che conta è che una coalizione riesca a raggiungere i 61 seggi. Sarà però interessante vedere come voterà la popolazione del nord del Paese, tendenzialmente di destra, visto che si trova in uno stato di guerra per la crisi con il Libano”.