VITTORIO VENETO (TREVISO) - Non sono più monache di clausura, né suore. Sono state dispensate dai voti assunti - dunque castità, obbedienza, povertà e stabilità - ma continueranno comunque per loro scelta a vivere per il Signore, facendo del bene, e indosseranno sempre gonna, maglietta e copricapo, scandendo la loro giornata con la preghiera e con il lavoro. Ad oltre un anno dal commissariamento del monastero cistercense di clausura dei Santi Gervasio e Protasio a Vittorio Veneto - era il 7 aprile 2025 - e alla successiva fuga di un gruppo di monache, a partire dalla destituita abbadessa Aline Pereira Ghammachi, quale atto finale delle tensioni maturate con l’abate generale Mauro-Giuseppe Lepori, è arrivato per queste ex conventuali, riunitesi con altre donne non religiose in una “comunità di sorellanza” a San Vendemiano, l’indulto di uscita dal monastero da parte del dicastero per gli istituti di vita consacrata.

L’11 giugno madre Martha Driscoll, attuale abbadessa del monastero, si è recata nella villa a San Vendemiano che ospita le sue ex consorelle per consegnare la dispensa. Ma solo ieri, con una nota diffusa e firmata dal vescovo della diocesi dei Vittorio Veneto, monsignor Riccardo Battocchio, gli ultimi risvolti della vicenda sono stati resi pubblici.«La dispensa l’abbiamo chiesta noi – ci tiene subito a precisare sorella Aline - è stata nostra la richiesta di chiedere la separazione completa dall’istituto cistercense perché non ci vedevamo più dentro all’ordine. Da quando siamo uscite dal monastero, abbiamo cercato di capire con chiarezza cosa volevamo e cosa cercavamo. Non sempre è stato facile, perché cercare sempre di dar prova della propria innocenza e dimostrare che non eravamo contro la Chiesa, non era indolore. In realtà, desideravamo attendere i risvolti del processo nella Segnatura Apostolica. Però i tempi della Segnatura sono lenti, mentre i tempi del dicastero sono veloci e quindi una decisione dovevamo prenderla, pur dolorosa. Le scelte del Dicastero datemi, ma che poi erano per tutte, sono state: rientrare a San Giacomo; andare in un monastero cistercense; uscire. Abbiamo scelto l’ultima». IL COMUNICATO Questo, invece, il comunicato della Diocesi. «Il Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, con lettera del 20 maggio 2026, mi ha informato che l’11 maggio 2026 è stato concesso a sr. Aline Pereira Ghammachi, sr. Mariapaola Dal Zotto, sr. Gabriella Manno, sr. Maria Stella Lotti, sr. Maria Melania Moretto l’indulto di uscita dal monastero “Santi Gervasio e Protasio” delle monache cistercensi con sede in San Giacomo di Veglia, diocesi di Vittorio Veneto – dice il vescovo Battocchio -. Secondo il diritto canonico, l’indulto concede che le suddette monache, deposto l’abito religioso, rimangano definitivamente separate dal sopracitato monastero. Comporta inoltre la dispensa dai voti e dagli altri impegni derivanti dalla professione religiosa monastica, tra cui l’impegno alla vita fraterna nella forma di una comunità stabile, canonicamente riconosciuta dall’autorità competente e guidata da un superiore legittimo». Le cinque ex monache sono dunque libere dai voti fatti e possono ora ricominciare una vita che abbraccia ogni possibilità, dall’avvicinarsi ad un altro ordine religioso al matrimonio. Ma, come spiega Aline (che ora non ha più l’appellativo di suora, «ma potete chiamarmi sorella» precisa), la loro vita non sarà nulla di ciò. «È vero che siamo ridotte allo stato laicale, ma è altrettanto vero – precisa a nome anche delle sue consorelle – che noi non vogliamo cambiare il nostro stile di vita. Quindi vogliamo continuare nel nostro cuore consacrate al Signore, per cui continueremo ad usare gonna, maglietta e copricapo perché questa è la nostra decisione. Vogliamo cercare di fare del bene. Vogliamo continuare a vivere per il Signore Gesù facendo del bene». LA REPLICA Aline lo ha scritto anche in una lettera indirizzata giovedì al vescovo Riccardo per informarlo del modo in cui vogliono vivere d’ora in avanti. Sperava di poterlo incontrare, ma non è stato possibile. «Non abbiamo mai chiesto al vescovo alcun tipo di approvazione, perché sapevamo la sua posizione e la rispettiamo», precisa Aline. Nel rispetto anche delle direttive impartite dal vescovo, le sorelle non hanno più avuto alcun rapporto con sacerdoti e consacrati della diocesi. «Siamo seguite da alcuni sacerdoti amici di altre diocesi, oltre a abati e abbadesse, che non ci hanno mai lasciate sole, sia nel cammino spirituale, sia nella vicinanza fraterna – spiega Aline -. Durante tutto quest’anno abbiamo mantenuto gli orari della preghiera e la formazione permanente. Come partecipazione alla vita della parrocchia, noi andiamo a messa e basta, in linea con quanto ci è stato chiesto. Per sostenerci economicamente, abbiamo creato una associazione del Terzo Settore, che ci permette di fare delle attività nel sociale e vivere. Inoltre ci sono sorelle che lavorano e hanno uno stipendio e una pensionata».E lei spera di poter incontrare prima o poi il vescovo: «Eccellenza rispettiamo lei come Pastore e Padre della Chiesa di Vittorio Veneto, di cui facciamo parte e per questo le chiediamo gentilmente, se possibile, che si apra un canale di comunicazione diretto – scrive -. Il nostro desiderio, dopo tutta questa bufera, è vivere nella pace, e dato che lei non ci conosce, è necessario tempo e comunicazione diretta».