Ridotte allo stato laicale. Le suore ribelli della diocesi di Vittorio Veneto, protagoniste di quella che fu battezzata come una “fuga dal convento”, adesso non hanno più vincoli ecclesiastici legati ai voti che avevano prestato quando avevano abbracciato l’ordine cistercense. Vengono meno, quindi, l’obbedienza, la castità e la povertà, assieme al rispetto delle regole interne, tra cui la vita di clausura. Non sono più monache, anche se dopo essere uscite dal convento dei Santi Gervaso e Protasio hanno trovato dimora in una struttura messa a disposizione da un privato, dove hanno organizzato una nuova vita comunitaria, nella preghiera e nel lavoro.

Giunge così all’epilogo, un anno dopo il commissariamento del monastero, la vicenda che ruota attorno alla madre abbadessa brasiliana Aline Pereira Ghammachi, destituita dopo un’ispezione da parte delle autorità ecclesiastiche. Quella decisione fu all’origine della fuoriuscita delle suore, che si erano sentite mortificate da un provvedimento che non condividevano. In quel periodo lo scambio di accuse tra le suore ribelli e la Chiesa ufficiale fu feroce. Il sigillo viene ora messo dal vescovo Riccardo Battocchio, che ha affidato la spiegazione delle autorità ecclesiastiche a un comunicato.