Jalen Brunson, onore al merito

Talvolta, nel basket ci sono cose che non si possono spiegare semplicemente facendo riferimento alla mera tecnica individuale o alle doti fisiche. C’è qualcosa di più, di intangibile, di invisibile, che permette a questo o quel giocatore di essere più speciale degli altri. Cosa permetteva al primo Charles Barkley, quasi 120 kg di peso per 1.95 m, di correre con quella velocità per il campo e di saltare con quello stacco da terra sulla testa di chiunque? Come faceva Allen Iverson (1.80 m) a essere quel tipo di realizzatore dentro l’area, in grado di trovare la via del canestro contro gente a cui rendeva anche 20 o 30 cm? Velocità, esplosività, fondamentali, sono elementi del puzzle. Ma non sono tutto il puzzle. Ecco, Jalen Brunson è il nuovo, clamoroso, e irripetibile per certi versi, caso di giocatore che supera i confini di ciò che è spiegabile solo con la tecnica perfetta o col fisico esplosivo. Quello che ha fatto nella serie finale lo ha definitivamente decretato. Sottovalutato fin dal suo approdo in NBA, spesso a ragione. Basso per il ruolo (188 cm). Non dotato di grande stacco da terra. Rapido, sì, ma non un velocista alla John Wall nel picco di carriera (ammesso che l’abbia mai avuto…). Un primo passo in penetrazione decente, ma non paragonabile a Kevin Johnson quando cambiava direzione sotto le gambe e si infilava senza che nemmeno il difensore lo vedesse passare. Una mano da fuori niente male, ma non la nuova versione di Reggie Miller. Un palleggio molto buono, ma di certo non paragonabile a quello di Steph Curry. Non uno che ama condividere la palla con i compagni, il playmaker dei Knicks, se vi aspettate il nuovo Jason Kidd, per dire, cambiate pure canale. Eppure, Jalen Brunson ha mandato tutti a nanna con 45 punti (4 su 7 da tre) nella gara decisiva, con una tremenda capacità di segnare in tutti quei momenti in cui la gara aveva la reale possibilità di cambiare direzione. In futuro? C’è un ingresso nella Hall of Fame, magari anche una statua. Una rivincita, per Brunson, conquistata con un sangue freddo invidiabile. Con il numero 11 sul petto, ma ormai idealmente con il Madison Square Garden nel cuore.