Da stanotte a New York faranno una copia quasi gemella della Statua della libertà. Soltanto che il braccio alzato sarà il sinistro, al posto della torcia ci sarà un pallone e la corona si trasformerà nelle treccine di Jalen Brunson pronto a volare a canestro. Perché c’è un nome e un cognome, nel trionfo dei Knicks che si aggiudicano pure gara-5 in trasferta chiudendo la serie contro gli Spurs sul 4-1. Sono state delle Finals fantastiche, tra le più seguite di sempre: da un lato c’era New York e dall’altra Wembanyama. Guardando l’andazzo dell’ultima, decisiva partita, verrebbe invece da dire che da un lato c’era Brunson e dall’altra San Antonio. 45 punti sui 94 di squadra degli arancioblù. 15 soltanto in un ultimo quarto da antologia, trascinando l’ennesima rimonta dei Knicks in versione Die hard – durante l’intera serie, gli uomini di Mike Brown sono stati in vantaggio soltanto per il 25 per cento dei minuti complessivi, ma quelli che contano. E ora l’anello Nba ritorna a Manhattan dopo 53 anni, per la terza volta in assoluto, ripagando della stessa moneta gli Spurs nella riedizione della sfida del ’99 – quando a prevalere furono i texani, con lo stesso punteggio. All’epoca New York aveva una grande squadra. Oggi pure. E soprattutto ha Brunson. Per il playmaker prossimo ai 30 anni è stata la classica serata attesa da una vita. Di più: la rivincita su uno sport che l’aveva clamorosamente sottovalutato.Nel 2018, nonostante delle grandi prestazioni in Ncaa, era stato selezionato al draft soltanto come 33esima scelta assoluta dai Dallas Mavericks. Un abbaglio totale, reiterato dal ruolo marginale assegnatogli nella franchigia – va detto che ritrovarsi all’ombra di Doncic non ha aiutato. Chi decide di dargli la prima vera chance, quattro anni fa, è New York. Lo ingaggia con un contratto faraonico, portando nello staff tecnico anche il padre Rick – a sua volta ex cestista, mentore del figlio sul parquet – e affidandogli le chiavi della squadra. I Knicks si riscoprono così una big, alzando l’asticella anno dopo anno fino alle finali di Conference della passata stagione. Sembrava già un buon viatico, invece la dirigenza decide di cambiare allenatore – via Thibodeau, dentro Brown – proprio per esaltare ancora di più le doti offensive di Brunson. Che in questi mesi si è ritrovato libero come non mai di inventare, smistare palloni, prendersi tiri pesanti. Con i compagni di squadra bravi a togliergli la pressione dei difensori. Brunson aveva deciso che questo 2025/26 doveva essere in modalità missione, e ancora una volta non l’abbiamo visto arrivare. Eppure gli indizi c’erano: in autunno i Knicks vincono la Nba Cup, oggi diventano la prima franchigia di sempre a realizzare il double. Al termine di un percorso straordinario, da 15 vittorie e una sola sconfitta dopo la terza gara dei playoff. In finale contro gli Spurs ci sono stati tanti momenti spartiacque, vinti di nervi e di esperienza. Su tutti l’ormai virale tap-in di OG Anunoby a un secondo dalla fine di gara-4: “È stata la mano destra di Dio”, aveva scherzato Karl-Anthony Towns acclamando il collega. “Non si può scrivere god senza og”. La mano sinistra allora è quella di Brunson. Di una delicatezza assoluta, impossibile da arpionare quando attacca il ferro. Lo spiega perfino LeBron James: “Il 90-95 per cento dell’Nba è composto da giocatori destrimani: i mancini di talento sono molto difficili da leggere. Penso a Ginobili, Harden e oggi Brunson. È diverso venire attaccati da un mancino, proprio per l’impostazione del corpo che si insegna a chi difende”. Così è stato per tutte le Finals, che Jalen ha chiuso da assoluto Mvp e con 32,6 punti di media. Tutti aspettavano Wemby – deludente anche in gara-5, 19 punti e tanti errori –, ma il duello a distanza fra leader l’ha stravinto lui: soprattutto nei momenti clou, caricandosi sulle spalle una squadra e una metropoli intera. Senza quasi mai perdere la lucidità.La giocata simbolo? Una delle ultime penetrazioni nel rovente punto a punto finale: finta, controfinta e consueto terzo tempo. Con la mano destra, però. Mandando in tilt l’intero quintetto di San Antonio. “Cosa serve per essere un giocatore da titolo Nba? Non avere mai paura di fallire”, aveva detto Brunson prima della partita. Subito dopo, alzando il trofeo, completa la frase. “È tutto ciò che avevo sempre sognato. È per questo che sono venuto a New York”. Ed è per questo che New York aveva aspettato così a lungo. La sua guida.
L’ora di Jalen Brunson, che si è preso New York e l’ha portata in cima all’Nba
Quarantacinque punti anche in gara-5, stravincendo il duello a distanza con Wembanyama: i Knicks vincono tornano a vincere il titolo dopo mezzo secolo grazie a un campione assoluto, che il basket ha imparato a conoscere tardi











