Piercamillo Falasca
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Il memorandum in quattordici punti firmato il 19 giugno da Washington e Teheran ha certamente un pregio che si misura in tempo reale: il prezzo del greggio, spinto dalla crisi oltre i cento dollari al barile, è già arretrato, grazie all’intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma scambiare la riapertura dello stretto per la rimozione delle cause del conflitto sarebbe un errore di lettura. L’accordo è bilaterale, eppure pretende di chiudere una guerra che bilaterale non è mai stata. La formula usata dalla bozza del memorandum (“su tutti i fronti”) lascia impregiudicato se esso si tradurrà in un disimpegno dei partner regionali di Teheran: né gli Houthi né le milizie irachene si sono pronunciati sul testo. Israele, escluso dal tavolo, ha già fatto sapere che proseguirà le operazioni contro le forze filo-iraniane, Hezbollah compreso. Gaza, da cui è partito tutto, non è nemmeno menzionata.
La frenesia con cui Trump cerca un accordo potrebbe tradursi in un boomerang. Riaprire Hormuz senza toccare i fattori determinanti dell’instabilità rischia di spostare la tensione verso un altro grande imbuto del commercio mondiale, quello su cui pesa l’incognita più seria: lo Stretto di Bab al-Mandab, dove imperversano gli Houthi.












