Monta la polemica sugli «sprechi» della politica. Nel mirino finiscono le spese legate al funzionamento del consiglio comunale: commissioni consiliari, permessi lavorativi retribuiti e agevolazioni riconosciute ai capigruppo. Un sistema che favorisce la proliferazione di gruppi sempre più piccoli, spesso composti da uno o due soli consiglieri, con ricadute economiche a carico della collettività. La questione economica rappresenta uno degli aspetti più controversi. Pur in assenza di una stima ufficiale complessiva, c’è chi sostiene che, sommando nel corso di una consiliatura i costi dei permessi retribuiti, delle commissioni e delle strutture collegate ai gruppi consiliari, si possa arrivare a cifre milionarie. Risorse che potrebbero essere destinate diversamente.
«Forse molti non sanno che il ruolo di capogruppo comporta la possibilità di usufruire di 24 ore aggiuntive di permessi lavorativi al mese retribuiti dal Comune - afferma Oreste Pinto, dirigente del Partito democratico -. In altre parole, soldi pubblici, dei cittadini. Anche per questo si assiste spesso a situazioni paradossali, con consiglieri che cambiano partito, gruppo o collocazione politica, ma che difficilmente rinunciano a determinati incarichi. In questa consiliatura abbiamo visto consiglieri che appartengono a un partito in Provincia e a un altro in Comune (usufruendo di un permesso lavorativo mensile cumulativo di 48 ore, ndr), gruppi che nascono e scompaiono nel giro di pochi mesi, intergruppi, cambi di casacca, accordi. Un trasformismo permanente che ritengo possa costare alla collettività diversi milioni di euro nell’arco di una consiliatura». Pinto sostiene che per «ridurre il peso sulle casse comunali sia arrivato il momento di spostare almeno una parte delle commissioni dopo l’orario di lavoro».









