Donald Trump a un evento di pugilato alla Casa Bianca. Washington, Stati Uniti, 15 giugno 2026
(Evan Vucci, Reuters/Contrasto)
Ogni volta che gli Stati Uniti sembrano in difficoltà, deboli e confusi, i loro avversari sentono di poter spiccare il volo.
L’esempio recente più significativo è quello del ritiro dell’esercito statunitense dall’Afghanistan, nell’estate del 2021, caotico e umiliante con tanto di balletto di elicotteri che ha ricordato inevitabilmente la partenza da Saigon nel 1975. Sei mesi dopo, il 24 febbraio 2022, Vladimir Putin invadeva l’Ucraina convincendo molti analisti che le immagini disastrose provenienti da Kabul avessero avuto un ruolo nella scelta del Cremlino: gli Stati Uniti appena usciti dall’Afghanistan non sarebbero corsi in aiuto di Kiev.
Con la guerra in Iran lo scenario è diverso: la sconfitta non è militare (come a Kabul dopo l’ingresso in città dei taliban), ma politica. Gli Stati Uniti hanno perso contro un avversario che ha saputo condurre una guerra asimmetrica. Il protocollo siglato a Versailles da Trump evidenzia tutti i segnali del ripiegamento americano. Il presidente degli Stati Uniti voleva uscire dall’impasse a qualsiasi prezzo, anche a costo di lasciare all’Iran i suoi missili, promettergli un risarcimento da 300 miliardi di dollari e impegnarsi in un negoziato nucleare impossibile in 60 giorni. Trump parla di vittoria, ma nessuno gli crede.










