“La povertà è un’invenzione e la crescita è destinata al fallimento”. Parole che non lasciano spazio a interpretazione quelle messe nere su bianco da sei famosi economisti - Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel – che, dalle colonne della rivista britannica The Guardian, lanciano una roadmap su un tema tanto discusso quanto inattuato: smettere di utilizzare la crescita del Pil come indicatore chiave per descrivere il benessere. Questa volta tutto è messo in relazione al fenomeno della povertà attraverso la New economies for eradicating poverty (Neep), iniziativa che intende costruire una nuova economia nel pieno rispetto dei diritti umani e di quei limiti planetari che il sistema capitalistico odierno “finge” di non vedere.

“Non si tratta di crisi separate. Sono sintomi di un modello economico giunto al capolinea. Povertà e disuguaglianza non sono casuali ma conseguenze prevedibili di scelte politiche - si legge sul Guardian -. Nel corso degli anni, mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari ristagnavano, il lavoro diventava più precario e i servizi pubblici venivano tagliati […]. È tutto diventato anche ecologicamente insostenibile: ci stiamo dirigendo verso una "Terra serra" (hothouse Earth), dove l'aumento delle emissioni e la perdita di biodiversità destabilizzano le condizioni che sostengono la vita umana. Circa il 92% delle emissioni globali di carbonio in eccesso è attribuibile al Nord del mondo, e il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di quasi la metà delle emissioni globali, mentre le persone in povertà sono le prime a subire i danni dei raccolti e l'aumento dei prezzi dei generi alimentari. Un modello economico che si basa su un'espansione infinita su un pianeta finito non è solo ingiusto, è pericoloso”.