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Ruggiero Corcella

Tra la Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma e la Sapienza Università di Roma, la neuroscienziata Viviana Betti guida un programma di ricerca che combina realtà virtuale, sensori personalizzati e intelligenza artificiale. Obiettivo, realizzare protesi non più imitazione di quelle naturali

Per oltre trent'anni la ricerca sulle protesi ha inseguito lo stesso obiettivo: costruire mani artificiali sempre più simili a quelle naturali. Più sofisticate, più realistiche, più vicine possibile all'arto perduto. Eppure, nonostante i progressi tecnologici e gli ingenti investimenti internazionali, il problema principale rimane aperto. Molte persone amputate continuano a non sentire quelle protesi come parte del proprio corpo e spesso finiscono per utilizzarle poco o addirittura abbandonarle.

Da questa apparente contraddizione prende forma il lavoro di Viviana Betti, professoressa associata di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive alla Sapienza Università di Roma e direttrice del Laboratorio di Neuroscienze e Tecnologie Applicate dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia. Da anni studia il modo in cui il cervello rappresenta il corpo e gli strumenti e come queste conoscenze possano essere tradotte in nuove tecnologie per la riabilitazione. «Le neuroscienze mostrano che, anche trent'anni dopo un'amputazione, il cervello continua a conservare una rappresentazione della mano perduta. È proprio questa persistenza che potrebbe rendere difficile incorporare una protesi come parte del proprio corpo».È un'approdo che mette in discussione uno dei presupposti più consolidati della neuroriabilitazione moderna. Forse il problema non consiste nel costruire copie sempre più fedeli dell'arto perduto, ma nel progettare strumenti che il cervello possa realmente integrare. Non imitare una mano, ma comprendere come il cervello costruisce nuove possibilità di azione.