di
Ruggiero Corcella
Sviluppata dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, una nuova interfaccia basata su magneti impiantati nei muscoli permette a una persona amputata di percepire l'apertura e la chiusura della mano artificiale. Lo studio è pubblicato su Science Advances
Per il futuro c'è chi, come la neuroscienziata Viviana Betti dell'Irccs Fondazione Santa Lucia di Roma, sta studiando la possibilità di realizzare protesi non antropomorfe. Finora, però, il filone di ricerca più avanzato riguarda invece protesi sempre più esteticamente simili all’arto naturale che andranno a sostituire. E sempre più sofisticate, per cercare di restituire alla persona amputata il massimo grado di funzionalità. Ne è prova una nuova interfaccia bidirezionale per protesi di mano che utilizza vibrazioni generate da magneti impiantati nei muscoli residui dell’avambraccio, per ripristinare sensazioni di movimento naturali.Come funziona, lo spiega uno studio coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, pubblicato sulla rivista internazionale Science Advances.
L’interfaccia, integrata alla mano robotica Mia Hand sviluppata dalla spin-off Prensilia, è stata sperimentata per sei settimane su Daniel, un paziente italiano di 34 anni. «Questo sistema mi ha permesso di recuperare sensazioni ed emozioni perdute: è stato come muovere di nuovo la propria mano», aveva racconta Daniel. Dopo lo studio pubblicato a settembre del 2024 su Science Robotics, grazie al quale è stata validata la prima fase della sperimentazione, strettamente legata alla capacità della mano robotica di riprodurre un’ampia gamma di movimenti, questo ulteriore risultato scientifico apre la strada a un controllo più intuitivo delle protesi.






