Alla fine della prima settimana mondiale si può già trarre un parziale bilancio; non tanto del campo, dove è ancora troppo presto, quanto del fuoricampo, dove tutto è più chiaro. Se rivolgendoci al prato verde sospendiamo l’incredulità, e teniamo da parte i disastri del king Trump e del caudillo Infantino, come sempre la Coppa del Mondo regala storie straordinarie. Come il duello a distanza tra il centravanti Haaland e il portiere Vozinha: il primo è un giovane gigante norvegese che sembra costruito in laboratorio, destinato dalla nascita a primeggiare (in qualsiasi sport probabilmente) attraverso una cura maniacale del corpo tra biohacking, meditazione e ibernazioni; il secondo è un anziano e sciancato portiere alla prima e ultima apparizione sul palcoscenico mondiale, il cui sguardo attonito si è sciolto nelle lacrime dopo che le sue goffe e improbabili parate hanno permesso a Capo Verde di fermare la Spagna. O la tripletta con cui Messi annuncia che la sua last dance non sarà triste y solitaria, ma soltanto final; le dimostrazioni di geometrica potenza di Francia e Inghilterra; gli inciampi di Brasile e Portogallo; la resistenza dell’Iran e della RDC; il momento magico in cui Curaçao pareggia con la Germania prima di capitolare 7-1; il calore degli abitanti di Tijuana che hanno adottato la delegazione iraniana e i cori dei bosniaci che inneggiano alla Palestina. Fuoricampo invece, gli splendori del calcio lasciano spazio alle sue miserie. La Coppa del Mondo più ipertrofica della storia, con un numero infinito di partite che si giocano a ogni ora del giorno e della notte, e la dilatazione spazio-temporale che costringe le squadre a viaggiare per migliaia di km, hanno generato finora partite noiose e un numero record di pareggi.