«Il fatto sussiste, ma non costituisce reato»: con questa formula la giudice Paola Braggion assolve gli otto imputati del primo processo nato dalla bufera che nell’estate del 2025 travolse il Comune di Milano. È agevole pronosticare che altre assoluzioni seguiranno, almeno per le fattispecie prive di palesi conflitti d’interesse o di indebiti passaggi di denaro tra amministratori e imprese. Si dirà: cattiva notizia, perché allora tutto risulta lecito e l’interpretazione delle regole si piega agli interessi degli immobiliaristi; dunque, se persino i tribunali si arrendono, la partita è chiusa e non resta che riconoscere ragione al sindaco Sala e al suo entourage – Milano, modello luccicante di gestione speculativa dei suoli. Un simile sillogismo mi pare tanto superfluo quanto culturalmente indigesto.
La giudice ha ragione. Ma nessuna sentenza – questa come ogni altra – può sollevare l’amministrazione milanese e i suoi stakeholder dalle gravissime responsabilità politiche che la riguardano. Questa sentenza dovrebbe piuttosto esser colta come occasione per smettere di delegare alle aule giudiziarie la ricerca di una qualche efficacia nella resistenza agli imperativi del capitalismo predatorio. La vicenda meneghina racconta di norme speciali – ma appunto, pur sempre norme, codificate e cogenti – che alimentano un’alleanza morbosa tra pubblica amministrazione, fondi finanziari, operatori immobiliari ed expertise tecnocratica. Ora tali norme sono il frutto di scelte consapevoli e accompagnano una politica che non conosce altra grammatica se non quella mercantile e resta del tutto indifferente alla vocazione sociale dei suoli urbani. Lo segnala, in questi stessi giorni, l’affaire contiguo del Leoncavallo, con il gruppo Cabassi che respinge l’offerta di 5 milioni di euro presentata da attivisti e società civile per riscattare l’area di via Watteau, sgomberata nell’agosto 2025.











