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Greta Privitera<br>​

Tra le richieste della Repubblica islamica il denaro è sempre stato ai primi posti: uno dei fronti decisivi sul tavolo della pace

Sono uscite nella notte dal porto di Chabahar, affacciato sull’Oceano Indiano. Luci accese, perché ormai non hanno più nulla da nascondere. Tre petroliere, cinque milioni di barili di greggio iraniano nella pancia, hanno oltrepassato la linea del blocco navale americano, per la prima volta da aprile. È l’immagine più chiara dell’effetto del memorandum in quattordici punti, che inaugura la seconda fase dei negoziati: sul fronte economico, quello che più stava a cuore alla Repubblica islamica, il regime ha già cominciato a fare i conti degli incassi.

Per oltre dieci anni le sanzioni americane non hanno solo impedito a Teheran di vendere petrolio, hanno reso pericoloso comprarlo, con la minaccia di essere esclusi dal dollaro e dal commercio globale. L’Iran continuava a esportare di contrabbando, quasi solo verso la Cina, con sconti pesantissimi, finché il blocco navale di aprile ha chiuso anche quel canale, facendo precipitare le vendite da un milione di barili al giorno a sessantamila. Ora l’accordo rimuove quei freni e consente di esportarlo di nuovo. Tornare a vendere alla luce del sole, senza lo sconto della paura, ai prezzi di oggi, vale sessanta miliardi l’anno.