In Italia il lavoro domestico resta uno dei settori più esposti al nero: secondo le ultime elaborazioni di Assindatcolf, diffuse il 16 giugno, oltre la metà degli addetti lavora senza un contratto regolare, con un tasso di irregolarità che oscilla intorno al 54-58 per cento, a fronte di meno di 900 mila lavoratori regolarmente contribuenti nel 2022.

Un fenomeno che pesa sui conti pubblici – circa 2,5 miliardi l’anno di mancato gettito – ma soprattutto priva famiglie e lavoratori di tutele, in un settore cruciale per la tenuta sociale di un Paese che invecchia rapidamente. Va detto che il lavoro domestico – colf, badanti, baby sitter – concentra da solo quasi il 40 per cento dell’occupazione irregolare dipendente in Italia. Per Assindatcolf, che incrocia le sue analisi con i dati dell’Osservatorio Inps, su oltre 2 milioni di addetti complessivi, quasi 6 su 10 non risultano all’Inps, mentre i rapporti regolari censiti si fermano a 894.299. ASSISTENZA Nel frattempo, il fabbisogno di assistenza cresce con l’invecchiamento della popolazione: negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso più di 1,1 milioni di giovani e guadagnato oltre 3,2 milioni di over 65, con una forte accelerazione degli ultraottantenni, e il trend è destinato a proseguire entro il 2035. In questo scenario, il ricorso a colf e badanti diventa una risposta spontanea delle famiglie alla fragilità del welfare, ma spesso al di fuori delle regole. IL LAVORO NERO Dietro alla scelta dell’irregolarità si incrociano almeno tre fattori strutturali. Il primo è il costo: contributi, tredicesima, ferie, tfr e rispetto dei minimi contrattuali rendono l’assunzione in regola sensibilmente più onerosa rispetto a un compenso “in busta” informale, soprattutto per i nuclei a reddito medio-basso. Il secondo è burocratico-culturale: molti datori di lavoro domestico sono famiglie senza competenze giuslavoristiche, intimidite da procedure percepite come complesse, e talvolta convinte che per poche ore a settimana “non valga la pena” di formalizzare. Il terzo elemento riguarda i lavoratori, spesso donne, migranti, con bassi livelli di tutela e scarsa consapevolezza dei propri diritti, disposte ad accettare rapporti privi di copertura pur di avere un’entrata stabile. In alcuni casi è la stessa lavoratrice a chiedere di restare nel sommerso per non perdere altre prestazioni o per irregolarità del proprio titolo di soggiorno, alimentando un circolo vizioso che rende il nero una soluzione di comodo per entrambe le parti. I RISCHI PER FAMIGLIE E LAVORATORI Se il lavoro in nero sembra, nell’immediato, una scorciatoia economica, nel medio periodo espone tutti a rischi rilevanti. Per il lavoratore significa assenza di contributi previdenziali, niente copertura contro infortuni e malattia, nessuna garanzia su ferie, riposi, orario e retribuzione minima, con effetti pesanti sulla futura pensione e sulla possibilità di far valere l’esperienza maturata. Per le famiglie, l’irregolarità implica sanzioni amministrative e contributive in caso di controlli, l’impossibilità di detrarre i costi del lavoro domestico e una forte esposizione sul piano della responsabilità civile in caso di infortuni o controversie. Inoltre, la mancanza di un quadro chiaro rende più difficile gestire sostituzioni, dimissioni, licenziamenti e contenziosi, aumentando l’incertezza proprio su un servizio – la cura di bambini e anziani – che richiede continuità e affidabilità. COMA REGOLARIZZARE Sul piano formale, la regolarizzazione di colf e badanti si basa su due pilastri: la stipula del contratto di lavoro e la comunicazione dell’assunzione all’ente previdenziale. Il contratto o lettera di assunzione deve definire mansioni, orario, livello di inquadramento secondo il CCNL lavoro domestico, retribuzione, luogo di lavoro e decorrenza, e va sottoscritto in duplice copia da datore e lavoratore. Entro le 24 ore del giorno precedente l’inizio del rapporto, il datore deve poi effettuare la comunicazione obbligatoria all’INPS, riportando gli stessi dati del contratto; può farlo online tramite il portale dell’istituto, per telefono attraverso il contact center o delegando un patronato/CAF o un consulente del lavoro. Da quel momento scatta l’obbligo di versare i contributi trimestralmente, calcolati in base alle ore lavorate e alla retribuzione oraria, con tabelle aggiornate ogni anno dall’Inps Per i lavoratori extracomunitari regolarmente presenti, è necessario che consegnino al datore documento d’identità, codice fiscale, tessera sanitaria ed eventualmente permesso di soggiorno in corso di validità; in caso di ingressi dall’estero si applicano invece le procedure dei flussi, con nulla osta e visto.«La Giornata del 16 giugno, dedicata proprio a questo tema - spiega Andrea Zini, presidente di Assindatcolf - richiama il valore del lavoro dignitoso e la tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del settore. Non possiamo ignorare che oltre metà del comparto sia invisibile. Si tratta di un’emergenza, sociale ed economica, sulla quale recentemente anche la Commissione europea ha puntato il dito, richiamando gli Stati Membri sulla necessità di rafforzare gli sforzi contro il lavoro non dichiarato nei settori più esposti al fenomeno, come quello domestico in Italia. L’emersione dei rapporti irregolari avrebbe effetti concreti: maggiore gettito contributivo e fiscale, rafforzamento della sostenibilità del sistema previdenziale e piena valorizzazione di un settore che già oggi genera quasi l’1% del Pil».