Il Libano è ancora una volta l’ago della bilancia degli equilibri dell’asia sud-occidentale, l’area che i colonialisti hanno per decenni chiamato Medioriente. Israele non si ritira dal Libano. Tanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, quanto il suo ministro della difesa Israel Katz hanno in questi giorni di negoziati messo in chiaro che Israele non si arretrerà dalle aree libanesi occupate. A ribadirlo ieri il ministro israeliano delle finanze Betzael Smotrich: «Resteremo nel Libano del Sud».

Tutti provano a slegare la questione iraniana da quella libanese. Una coperta corta, che non riesce a coprire le ovvietà di legami profondi e di interconnessioni politiche tra Iran, Libano, Hezbollah, Stati uniti e Israele.

«La chiave» per preservare il cessate il fuoco in Libano risiede nel sostenere il presidente Joseph Aoun, il primo ministro Nawaf Salam, il suo governo e l’esercito libanese, affinché possano attuare «ciò a cui si sono impegnati con grande coraggio e coerenza» compreso il monopolio dell’esercito libanese sulle armi e il ripristino dell’autorità statale sull’intero territorio. Queste le parole scontate del presidente della repubblica francese Macron, che in Libano cerca di riportare la Francia ai vecchi fasti di una diplomazia post-coloniale influente e presente, ma che oggi si scontra con lo strapotere statunitense nella regione.