Israele «continuerà ad agire in Libano». È il ministro della difesa israeliana Israel Katz a chiarire la linea: «Respingiamo categoricamente le minacce dell’Iran.
Qualsiasi tentativo iraniano di collegare il Libano e l’Iran al fine di attaccare Israele incontrerà una risposta molto ferma». E aggiunge che «il destino dei sobborghi meridionali (di Beirut, ndr) sarà lo stesso di quello delle città settentrionali (di Israele, ndr)».
SI TORNA COSÌ al punto di partenza, in un loop ormai prevedibile in Libano, dopo il bombardamento alla Dahiyeh – la periferia sud di Beirut – di domenica scorsa, che ha provocato lo scambio di missili Iran-Israele delle ultime 48 ore. L’Iran ha in più occasioni rimarcato che un cessate il fuoco reale – e non fittizio come quello di adesso – in Libano è una condizione imprescindibile per un accordo con gli Stati uniti. Che il paese fosse centrale nella partita degli interessi regionali e internazionali, non è certamente una novità. Ma in questo momento il Libano è l’anello più debole della catena.
Dal due marzo i bombardamenti e l’occupazione israeliana hanno provocato 3.637 morti e 11.188 feriti – 24 morti e 116 feriti nelle 24 ore successive al bollettino di domenica – secondo il ministero della salute libanese, nonché la distruzione sistematica e totale di decine di villaggi all’interno della Linea Gialla, la fascia di una decina di chilometri lungo il confine sud e sud-est occupata dalle truppe di terra israeliane. Ieri mattina l’esercito israeliano ha distrutto con delle cariche di dinamite svariate abitazioni a Bint Jbeil e a Tiri, sempre nell’area di Bint Jbeil.










