Vista da fuori si potrebbe sintetizzare mettendo da una parte chi vuol salvare la montagna e dall’altra chi la vuole sfruttare, vedendola come ancora di salvezza economica per la comunità. Non è così semplice ma è la situazione che sembra respirarsi nel comune di Vagli Sotto in Garfagnana, sulle Alpi Apuane, e che la accomuna con la più nota Carrara, città con cui condivide le cave di marmo e la condizione di «paese diviso a metà». Una percezione acuita dalla decisione del sindaco vaglino Mario Puglia di riaprire due cave dismesse da 60 anni presenti in quello che è territorio del Parco regionale delle Alpi Apuane. Decisione che ai primi di gennaio trovò una ferma opposizione da parte di 13 associazioni ambientaliste, dal Wwf a Italia Nostra.
«IL PROBLEMA È CHE SONO CAVE QUASI completamente rinaturalizzate – osserva Riccardo Cecchini di Legambiente Versilia, zona dove il 22 maggio scorso si è tenuto un convegno sullo stato delle Apuane – E si va contro quelle che sono anche le disposizioni europee che chiedono di andare verso una rinaturalizzazione del territorio (la Nature Restoration Law che impone il ripristino degli ecosistemi degradati in almeno il 20 per cento delle aree terrestri e marine entro il 2030 e di trasformare in siti naturali le ex aree industriali e cave, ndr). La stessa cosa sta per avvenire anche in Versilia, sul canale delle Gobbie, sul retro del Monte Altissimo. Lì si vogliono riaprire addirittura 6 cave. Sono territori martoriati con l’inevitabile inquinamento da marmettola che le accomuna».











