Al rumore incessante del filo diamantato che taglia le montagne, domenica pomeriggio nella val Serenaia nel Comune di Minucciano si è sovrapposto quello delle chiavi che sfregiano le macchine di chi quell’ecosistema naturale cerca da decenni di proteggerlo. Non era un caso se l’associazione Apunane Libere - affiancata dalle sezioni Cai dei comuni interessati dall’attività estrattiva e da numerose realità ambientaliste - aveva scelto proprio l’area di Orto di Donna per convocare una grande manifestazione, la prima in assoluto ad aver visto la partecipazione di tre consiglieri regionali, ovvero Lorenzo Falchi, Diletta Fallani e Massimiliano Ghimenti di Alleanza Verdi Sinistra.
In questa valle di origine glaciale - infatti - negli ultimi anni "impera la polvere" dato che come ricordato dagli attivisti "dal 2019 a oggi si è passati dall’avere due a cinque siti produttivi, consacrati quasi completamente all’industria mineraria del carbonato di calcio", che rappresenterebbe l’80 per cento dell’attività di cava. Il tutto con grosse ricadute sull’ambiente, sull’inquinamento acustico (ì ma anche e soprattutto sulla qualità dell’acqua - e in questo caso quella della sorgente del Frigido - contaminata dalla marmettola (fango prodotto dall’estrazione) che fuoriesce dalle vasche contenitive e arriva giù a valle come denunciato - sui social e attraverso vie legali - dagli attivisti dell’associazione. A farla da ’padrona’ qui è la Kerakoll società per azioni che produce malte e collanti per l’edilizia e che da quattro anni a questa parte detiene il 74 per cento di Migra, srl che dovrebbe valorizzare gli scarti e occuparsi del ripristino ambientale nel Parco Nazionale delle Alpi Apuane, e che fino a quel momento vedeva il Comune di Minucciano socio di maggioranza. Un’ulteriore "svendita" secondo gli organizzatori della passeggiata consapevole, a un privato che "guarda solo al profitto", visto e considerato che le operazioni di ricoltivazione - ammesso che le montagne non possono ricrescere - "dove sono state fatte, sono state fatte buttando una rete su detriti e materiali di scarto dove non ricrescerà mai nulla" e che al contrario "sono stati chiusi gli ingressi a grotte di interesse speleologico e la valle è una grande discarica di blocchi e detriti". Piuttosto che parlare di una chiusura netta del comparto, gli attivisti chiedono in primis più controlli da parte degli enti competenti che dovrebbero vigilare sul rispetto della normativa che regola l’attività di cava: "solo con più ispezioni - dicono - l’80 per cento dei siti chiuderebbe perché ’senza violazioni alla legge’ non sarebbe più un’attività renumerativa". E qui subentra la questione della tutela dei posti dei lavoro. Come ricordato durante l’escursione, negli ultimi sette anni si sarebbero persi 346 posti nell’intera filiera del marmo, per un comparto che (oltre a far registrare uno dei tassi più alti di infortuni anche mortali) oggi conta circa mille impiegati a fronte dei 16mila degli anni Cinquanta. Personale che, secondo gli ambientalisti, potrebbe essere "riconvertito" nelle immani operazioni di bonifica e ripristino (reale) dell’ambiente montano "polverizzato". "Chiedere un ’estrattivismo etico’ sarebbe come chiedere a Dracula di non succhiare il sangue: è impossibile, è nella sua natura. Basterebbe però non dare a Dracula le chiavi del centro trasfusionale". Chiavi che sarebbero custodite nel Piano regionale e nelle politiche dell’ente Parco che - tra deroghe e assenze di controlli - avrebbero secondo gli attivisti portato alla riapertura di siti dismessi e a legittimare "la distruzione indisturbata della montagna". Da qui anche il recente ricorso al tar presentato da Apunae libere contro la ripresa delle attività in due cave nel Comune di Vagli di Sotto. Solo uno degli ultimi atti legali che l’associazione intende e vuole portare avanti con determinazione per salvaguardare "un ambiente unico al mondo".











