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Ultimo aggiornamento: 8:54
I Comuni apuani continuano a riaprire cave dismesse da decenni, ormai rinaturalizzate, a favore del comparto estrattivo del marmo e a danno delle economie di valorizzazione del patrimonio paesaggistico e naturalistico del Parco delle Alpi Apuane e delle aree attigue. Dopo il caso Seravezza, dove la riapertura di alcune cave chiuse e la conciliazione pro-privato di un’escavazione abusiva sul Monte Altissimo ha attivato la protesta della comunità locale, il nuovo terreno di scontro tra visioni di sviluppo territoriale è passato a Massa. Il Comune apuano guidato dalla giunta Persiani (Lega) ha infatti stabilito la riapertura di sette cave dismesse tramite una pianificazione urbanistica – i Piani Attuattivi dei Bacini Estrattivi (PABE) – che è riuscita a garantire ai concessionari dell’estrazione 3,3 milioni di metri cubi di nuova escavazione pur indicando nelle sue premesse l’obiettivo di innalzare “la qualità del territorio e dell’ambiente” e il “contrasto di consumo di nuovo suolo”.
Simbolo della lotta tra interessi contrapposti: la “Cresta degli Amari”, cava chiusa dal 1980, oggi pendio rinaturalizzato del Parco delle Alpi Apuane nei cui pressi si sviluppa un’ambita meta di arrampicata sportiva – la falesia “Campaccio” – che raccoglie ogni anno appassionati da ogni parte d’Italia. Il Comune di Massa ha deliberato il suo ritorno ad area di escavazione, negando legittimità alle osservazioni avanzate da chi da anni ha creato economia sulla tutela e valorizzazione dell’area nel complesso limitrofo Pian della Fioba. Tra questi l’associazione Aquilegia guidata da Andrea Ribolini che proprio a Pian della Fioba gestisce l’Orto Botanico della Alpi Apuane “Pellegrini-Ansaldi”, patrimonio di biodiversità a un chilometro in linea d’aria dalla Cresta degli Amari, divenuto meta prediletta di studenti e neoleureati da tutta Italia dei corsi di Scienze della Vita.






