Sta tra la situation room e il Consiglio di guerra. Fa pensare subito a tavoli del nostro presente: quelli in cui si contratta la pace continuando a spararsi addosso. Quelli in cui ci si interroga: ma fuori da qui, dove pure vediamo tutto su mille schermi, sarà davvero finita la guerra? Mentre in sottofondo si sentono tutti, i rumori della guerra. Il giorno della prima, nel Teatro greco di Siracusa, per la 61. stagione dell’Inda, dei «Persiani» di Eschilo – un documento eccezionale: la più antica delle tragedie superstiti (472 a.C.) – vi si aggiungevano altre voci, quelle di una manifestazione, ai cancelli, per il martoriato popolo palestinese: il presente non sta mai fuori dal teatro, che è sempre spazio dell’umano che riflette su se stesso. Tanto più se la regia (sulla bella e accorta traduzione di Walter Lapini) è del catalano Àlex Ollé, uno dei fondatori di La Fura dels Baus, sovvertitori e rifondatori del teatro.La scena è il gigantesco tavolo della War Room, sovrastato da uno schermo su cui scorrono le riprese, in diretta, di due operatori (ma in realtà di loro non ci accorgiamo: nel nostro mondo sono il braccio e l’occhio meccanico, scontati e scotomizzati dal campo visivo). Seguiamo il viavai di hostess e segretari con le carpette che preparano l’arrivo del coro: gli anziani dignitari sono un manipolo di altissimi ufficiali e diplomatici. Le uniformi cariche di mostrine e gli abiti scuri sono altrettanti codici e funzioni (costumi di Lluc Castells). In scena non c’è solo l’aristocrazia del potere della Persia di 2500 anni fa – la Persia sconfitta dai Greci a Salamina che non sa ancora di esserlo: il genio di Eschilo è di riflettere sui vinti per fondare l’etica necessaria ai vincitori (che la hybris, la tracotanza che segna il confine dell’umano, è sempre in agguato, e ci insidia) – ma ogni sistema di potere imperialista gigantesco e piramidale, univoco e multiforme: il coro è atomizzato e frammentato, spezzato in singole unità drammatiche, ciascun coreuta ha una sua “parte” del tutto. E li seguiamo e li riconosciamo, via via che prendono la parola, in primissimo piano sullo schermo, più individui che mai (e tutti eccellenti: Marco Maria Casazza, capo coro, e Francesco Biscione, Fabrizio Bordignon, Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni, Antonello Cossia, Stefano Quatrosi, Michele Cipriani, Rosario Tedesco ed Elena Polic Greco, unica donna, come sempre nelle stanze dei bottoni...).C’è una regia delle immagini sullo schermo – in un bianco e nero pastoso che sembra un po’ Istituto Luce, un po’ reportage – che si mescola alla regia della scena, movimentata e policroma. E noi, fruitori di schermi, popolo digitale, ci accorgiamo di colpo di stare seguendo quell’avvicendarsi di volti sullo schermo e dobbiamo quasi imporcelo di guardare anche la scena, di rimbalzare da una visione all’altra, componendo la verità attraverso le angolazioni differenti del racconto. È l’idea veramente geniale di questa messa in scena, che ci porta nel cuore del nostro mondo, ma affollandocelo delle domande di ogni mondo, le domande etiche di sempre, impostate fin da Eschilo: dove arriva il potere? Quanto la sua dismisura è tragica per i popoli? Quanto un’Atene per essere la democrazia che è deve schivare i Serse che vogliono impadronirsene, da fuori ma anche da dentro? E vengono in mente le tante Atene di oggi, le Atene imperfette (che la democrazia è correzione continua di sé) in cui partiti populisti inneggiano ai Serse. O i vincitori senza misura che continuano a sterminare i vinti...Attraverso lo schermo vedremo in primo piano la regina madre Atossa (una potente, regale Anna Bonaiuto, trepidante per la sorte del figlio e tormentata dai sogni ma anche inflessibile, persino odiosa incarnazione della Ragione di Stato), che dovrà ascoltare dalle parole del Messaggero la cronaca della disfatta del potente esercito di Serse. Potente e numeroso, ma che nulla ha potuto contro la città che «il valore dei suoi uomini» – liberi e non sudditi – ha reso «inespugnabile». E il Messaggero, piegato via via dalla sconfitta che racconta, ha una parte cardinale: quella che a Siracusa nel 1950 portò fortuna al giovane Vittorio Gassmann e che oggi una volta di più mostra il talento adamantino di Giuseppe Sartori, che a Siracusa (dove è stato tante cose, soprattutto un Edipo magistrale) si sposa singolarmente al genius loci, al perenne che ogni volta si fa, letteralmente, corpo nuovo.Gli applausi più lunghi sono stati per lui, poi per lo striscione «No alla guerra» apparso in cima alla gradinata e infine per la “testimonianza” che ha chiuso lo spettacolo: uno dei tre “inserti” moderni (i brevi monologhi di una vedova di guerra, Virginia Giannone; di un reduce, Gabriele Antonio Esposito; della madre d’un caduto, Simonetta Cartia) che portano le voci dei veri “vinti”. Perché i vinti veri sono anche gli ultimi tra i vincitori. E questi “inserti” sono forse il punto più delicato e controverso delle scelte registiche, destinato ad animare il dibattito. Ma lo scopo d’ogni atto di purissimo teatro è anche questo...Il tavolo del Consiglio di guerra (scenografia di Alfons Flores), centro della scena, diventa la tomba del re Dario, a cui Atossa si rivolge (bellissimo il sacro di quel frammento, sostenuto dalla musica ibrida, grave e percussiva di Josep Janou): il fantasma di Dario è Alessio Boni, al suo esordio a Siracusa, truccato per risultare, sullo schermo, ombra inquietante, disturbo della linea. Il re più “ragionevole” e moderato del figlio “impetuoso”, di cui riconosce il peccato di tracotanza. Ma senza delegittimarlo.Terza metamorfosi: il tavolo è il pavimento della sala militare su cui è distesa la carta geografica del mondo. Quel mondo che i potenti calpestano: lo fa, materialmente, Serse (un efficace Massimo Nicolini), tornato da sconfitto ma non da re deposto. Anzi, esempio d’arroganza punita, ma senza minarne il potere: alla fine il tavolo sarà apparecchiato per la cena raffinata di madre e figlio, al sicuro tra i privilegi del lusso (perché i tiranni imperialisti questo fanno: brindano alle spalle del popolo che hanno mandato a morire). Attenti al potere e alla sua dismisura, perché sa rilegittimarsi e rinascere da ogni cenere: da Eschilo in qua è cambiato poco.
«I Persiani», ieri e oggi la dismisura del potere. Superba messa in scena di Àlex Ollé a Siracusa per l’Inda
Una regia ardita che trae dalla tragedia di Eschilo, sul popolo vinto dai Greci, infiniti spunti per incrociare il nostro presente inquieto










