Tra le pietre antiche del Teatro Greco di Siracusa I Persiani di Eschilo tornano a interrogare il presente con una versione insieme moderna e geniale, che non cerca ripari nella tradizione. Àlex Ollé, tra i fondatori della Fura dels Baus, sceglie una messa in scena che esplicita sin dal primo quadro la sua natura: un manifesto contro la guerra, scritto duemilacinquecento anni fa (anche per celebrare la vittoria dei Greci sugli arroganti invasori) e riallestito come se fosse un commento politico di oggi.

La traduzione di Walter Lapini valorizza l’elemento più spiazzante del testo, che restituisce il genio di Eschilo e di una generazione di tragediografi: l’opera celebra i vincitori attraverso le parole dei vinti. I Persiani diventano il prisma attraverso cui guardare una cecità del potere che si crede imbattibile e senza freni o vincoli, e le sue (inevitabili, e catastrofiche a volte) ricadute umane. Ollé abbraccia quella prospettiva, e la porta al centro del palcoscenico con scelte visive nette. La scenografia di Alfons Flores mostra un grande tavolo attorno al quale siede il consiglio degli anziani, abbigliati in divise militari contemporanee, intorno al quale vorticano assistenti e staff che portano documenti, simulando una situation room tipo della Casa Bianca. Il tavolone si trasforma progressivamente: è la tomba di Dario, l’imperatore padre di Serse, poi diventa una sala strategica con la carta geografica del mondo stesa sopra, infine una situation room. In alto, sui gradini più alti degli spalti del Teatro Greco, a un certo punto irrompe anche un gruppo di manifestanti con fumogeni, fischietti e uno striscione che dice "No alla Guerra".