Nella confusione totale e in mezzo a continue smentite, le acque del Golfo Persico sembrano finalmente destinate a tornare alla normalità. Il conflitto è stato promosso da Israele, seguito a ruota dagli Stati Uniti, per fermare il programma nucleare iraniano, ma nel frattempo la crisi che ne è derivata ha dispiegato un’altra serie di questioni che va ben al di là della capacità di arricchimento dell’uranio di Teheran. Anzitutto, emerge una lotta per l’egemonia geopolitica nel Medio Oriente tra le due potenze militari dell’area, Israele e Iran. Eliminata la potenza di fuoco iraniana, obiettivo che tuttavia non pare essere stato conseguito, Israele non avrebbe più antagonisti nella sua area geografica vitale, la supremazia delle sue forze armate e il monopolio sulle armi nucleari sarebbero una totale garanzia di sicurezza. Per questo la mossa israeliana aveva un bersaglio dichiarato, l’Iran, e uno occulto (e molto ravvicinato), cioè l’estirpazione di Hezbollah dal Sud del Libano.

Per gli Stati Uniti, l’obiettivo si fa più fumoso. L’intelligente risposta iraniana ai bombardamenti, mirata a bloccare lo stretto di Hormuz, attaccare gli alleati locali di Washington e colpire basi militari statunitensi, ha messo a nudo una verità: ai Paesi del Golfo, per essere al sicuro non basta più ospitare basi a stelle e strisce. Infatti, nel frattempo si sta delineando un’iniziativa diplomatica finalizzata a coordinare militarmente Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia. Si creerebbe così una specie di NATO sunnita, risultato indesiderato sia a Tel Aviv sia a Washington. Non è una peculiarità solo di quest’area, anche in Europa il crollo di credibilità degli Stati Uniti fa discutere e mette in dubbio l’affidabilità dell’alleanza con Washington.