L’Accordo di Islamabad è il simbolo più evidente di un paradosso politico che molti fingono di non vedere: dopo anni di retorica muscolare, dopo aver demolito il JCPOA - il precedente accordo multilaterale per contenere il nucleare iraniano - definendolo un disastro, dopo aver promesso che la linea dura avrebbe piegato l’Iran e rafforzato l’America, oggi Donald Trump si ritrova a inseguire un’intesa che nella sostanza ricorda proprio quell’accordo da cui era uscito con rabbia e minacce.
Donald Trump, temuto per il passo dell'oca, si rivela il gioco dell'oca, e ritorna alla prima casella. La crisi di Hormuz, con il suo impatto devastante sui prezzi dell’energia e sulle catene logistiche globali, ha generato un’ondata inflazionistica che molti analisti collegano anche alle scelte impulsive della Casa Bianca, trasformando la promessa di stabilità in un boomerang economico che ha colpito anche gli Stati Uniti. Nel frattempo, la campagna militare nel Golfo ha mostrato limiti inattesi. È in questo contesto che nasce l’Accordo di Islamabad, non come un trionfo diplomatico, ma come una necessità. Trump, che aveva promesso fermezza e vittoria, si ritrova a tornare al tavolo da cui era scappato, costretto a negoziare un’intesa che assomiglia terribilmente a quella che aveva demolito, ma in condizioni peggiori: con un’inflazione che morde, con un sistema militare stanco e con un Iran che, nonostante tutto, non è crollato.










