È una verità universalmente riconosciuta che uno politico provvisto di una grande ambizione debba essere in cerca di un elettorato. C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui l’esistenza di Roberto Vannacci era nota solo alla sua famiglia e ai colleghi e superiori dell’Esercito Italiano, in cui fino al 2025 – anno del suo pensionamento – l’ora cinquantasettenne Vannacci ha prestato servizio, arrivando a conseguire il grado di generale di divisione. Quel tempo era la prima metà del 2023, quando il suo libro autopubblicato, Il mondo al contrario, non era ancora diventato un caso editoriale e non aveva ancora fatto del generale una figura pubblica, e di lì a poco, un europarlamentare della Lega, nonché (per una breve parentesi) anche il vicesegretario nazionale del partito guidato da Matteo Salvini.
Quel tempo è finito, e quasi non ci ricordiamo com’era vivere in un mondo in cui Roberto Vannacci non venisse interpellato per chiedergli il suo parere su qualsiasi questione attenesse ai diritti, alle identità e alla cittadinanza. È proprio su questi temi che Vannacci sta facendo leva per costruire il proprio bacino elettorale, mettendolo insieme con lo stesso identico metodo testato altrove dai conservatori più retrivi, come Donald Trump, Javier Milei o Nigel Farage. È un metodo piuttosto efficace, che non punta sulla coerenza ideologica ma sulla costruzione di un collage di posizioni pensate per fare appello a vari gruppi, sottoculture e categorie umane lasciate indietro anche dai più tiepidi fra i progressisti. Non per demerito dei progressisti stessi, ma proprio perché fra queste persone e il mondo reale si è creata, a un certo punto, una biforcazione che rende le rispettive posizioni inconciliabili.













