È morto a 95 anni, influenzò la Seconda Repubblica sui temi etici: fecondazione assistita ed eutanasia. Dall’Emilia al Vaticano, fu Giovanni Paolo II a volerlo al suo fianco. Non risparmiò critiche a Francesco.Panettiere

Lo chiamavano il Richelieu italiano. Un po’ perché la politica era la sua seconda vocazione, un po’ perché il sassolese Camillo Ruini, spentosi ieri a 95 anni, per oltre un ventennio, dal 1986 al 2007, ha condizionato la res pubblica in Italia come nessun altro uomo di Chiesa nel secondo dopoguerra. Percepito dai più come premier di un governo ombra, la Cei, di cui fu prima segretario generale e poi presidente, in Vaticano era noto come il Cardinal Sottile, non tanto per il fisico asciutto piuttosto per l’acume sopraffino misto al perfezionismo. La simbiosi con papa Paolo II fu perfetta al punto che Wojtyla lo volle suo vicario per la diocesi di Roma e soprattutto instancabile demiurgo di quel ‘progetto culturale’ per un ritorno a una presenza massiccia della Chiesa nella vita del paese.

Convegno ecclesiale di Loreto, 1985: è l’anno dell’ascesa di don Camillo. L’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia intuisce meglio di chiunque altro che il Papa polacco intende archiviare la ‘scelta religiosa’ impressa dai vertici della Cei nell’era Montini. In una società sempre più secolarizzata, Wojtyla esige un nuovo protagonismo dei cattolici, nella società come nella politica. Basta mediazioni o ascolto dei segni dei tempi, bisogna scendere in trincea e passare al contrattacco per rifare l’Italia cristiana. Ruini scalpita, ottiene di preparare per conto del Pontefice gli stati generali della Chiesa italiana. E, da perfetto outsider, vince: Loreto è la Caporetto della linea progressista dominante impersonata dal cardinale Carlo Maria Martini, fedele allo spirito del Vaticano II. "Il Concilio è stato una grazia, ma ha prodotto anche grandi mali", ama ripetere don Camillo.