Con la morte del cardinale Camillo Ruini scompare una delle figure più influenti della Chiesa italiana degli ultimi decenni. Non soltanto un teologo o un uomo di Curia, ma il protagonista della stagione che ha ridefinito il rapporto tra cattolicesimo, politica e società dopo la fine della Democrazia Cristiana.

La carriera Si è spento a novantacinque anni dopo un lungo periodo di fragilità fisica, senza mai perdere la lucidità intellettuale che lo aveva caratterizzato. Ritirato da tempo nel Seminario Romano Minore, continuava a seguire con attenzione la vita della Chiesa e del Paese, leggendo, studiando e riflettendo fino agli ultimi anni. La sua scomparsa segna la fine di un'epoca. Quando Giovanni Paolo II lo chiamò a Roma affidandogli il Vicariato e poi la guida della Conferenza Episcopale Italiana, Ruini comprese che il sistema politico costruito attorno alla Democrazia Cristiana stava tramontando. Di fronte a quella svolta storica scelse di non inseguire la ricostruzione di un nuovo partito cattolico, ma di mantenere un rapporto diretto con l'intero mondo politico, esercitando un'influenza culturale e morale trasversale.L'influenza Fu quella che venne definita la "stagione ruiniana". Attraverso la Cei, la Chiesa tornò a incidere nel dibattito pubblico sui grandi temi del Paese: famiglia, bioetica, scuola, giustizia, identità europea. Per alcuni fu il cardinale che impedì al cattolicesimo italiano di diventare irrilevante; per altri una presenza troppo influente nella politica nazionale. In ogni caso, anche i suoi critici gli riconoscevano una straordinaria capacità di leggere in anticipo le trasformazioni della società. Al di là dei soprannomi – da "Eminenza Grigia" a "Richelieu" – Ruini fu soprattutto un intellettuale. Il cuore della sua riflessione era la cosiddetta "questione antropologica": la convinzione che la vera crisi dell'Occidente non fosse soltanto politica o economica, ma riguardasse l'idea stessa di uomo. Una visione che lo avvicinò profondamente a Benedetto XVI, con il quale condivise la diagnosi di una crisi spirituale e culturale segnata dal relativismo. Non era però un nostalgico. Riteneva la secolarizzazione un processo irreversibile e sosteneva che la Chiesa dovesse attraversare la modernità cercando di evangelizzarla, senza chiudersi in una cittadella assediata né rinunciare alla propria identità.Gli ultimi anni Negli ultimi anni aveva continuato a intervenire sui grandi temi ecclesiali e civili, insistendo sulla necessità di una Chiesa insieme caritatevole e salda nella dottrina. Era la sintesi del suo pensiero e, probabilmente, il suo testamento spirituale. Con lui se ne va uno degli ultimi protagonisti della grande Roma ecclesiastica del Novecento. Un uomo che ha attraversato mezzo secolo di storia italiana cercando di orientarne non soltanto la vita religiosa, ma anche il dibattito culturale e morale.