Mancinelli

Alla Fortezza da Basso, Pitti ha inaugurato ieri. E Firenze, come spesso le accade, finge di essere sorpresa da ciò che in realtà orchestra da decenni. Qui la politica non fa da fondale: si accomoda in prima fila, si aggiusta il nodo della cravatta e detta il tono. La sfilata degli studenti Polimoda, ieri sera, aveva acceso la miccia generazionale; ma Pitti Uomo 110, per non illudersi di essere solo una festa ben pettinata, riparte da Antonella Mansi, Luca Sburlati e De Matteis: il triangolo inevitabile fra industria, istituzioni e filiera. Mansi, presidente del Centro di Firenze per la Moda italiana e vicepresidente di Pitti, chiede mercati più larghi e una filiera finalmente protetta: "Bisogna diversificare i mercati, occorre investire sulla filiera: la politica per il momento sta dando risposte insufficienti". Sburlati, presidente di Confindustria Moda, da parte sua, porta i numeri, che hanno il pregio dell’eleganza e quello della ferocia: il menswear made in Italy ha chiuso il 2025 a 11,2 miliardi, con un calo del 2,2%; export a meno 1,7, extra Ue a meno 5,7. Insomma, la moda uomo non è morta: semplicemente ha smesso di sorridere. De Matteis, presidente di Pitti e Ceo di Kiton, oppone "storia, tradizione e competenze"; che è il modo più civile per dire che il settore possiede ancora gli anticorpi.