Mentre gigioneggiava al G7 a Evian tra capi di Stato e di governo, e riempiva di complimenti l’emiro del Qatar Al Thani, Donald Trump ieri ha detto di non essere «mai stato interessato a un cambio di regime in Iran». Ma che lo abbia ripetuto dal giorno uno della guerra glielo hanno ricordato proprio i media israeliani: «A febbraio Trump indicò che l’obiettivo degli attacchi in Iran era rovesciare il regime e invitò il popolo iraniano a cogliere l’opportunità di prendere il controllo del proprio governo». Disse letteralmente: «L’ora della vostra libertà è vicina».
Povero presidente Trump: per l’accordo con gli iraniani, lo stanno spintonando tutti. Tensioni e smarrimento, scrive il Wall Street Journal, sorgono in Israele, ma anche tra gli alleati del presidente rimasti a Washington; c’è lack of certainty, mancanza di certezze su cosa il tycoon abbia davvero firmato, cosa abbia davvero concesso ai suoi rivali, con un documento che loro credevano ancora sottoposto ad analisi e discussioni. Non si fidano dei suoi annunci del great deal, che porterà alla «pace meravigliosa».
Dietro il nulla dell’intesa c’è una volgare distopia
I DUBBI DEGLI 007
Della sua cerchia Trump non ha convinto quasi nessuno. Dubbi atomici li ha il direttore della Cia, John Ratcliffe. Le prove raccolte dai suoi agenti gli fanno dubitare che Teheran voglia davvero rinunciare al programma nucleare. È solo un altro membro del coro di scettici che sta intonando lo stesso ritornello intorno al presidente. In quella schiera di diffidenti ci sono anche il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che sono preoccupati da tutti quelli che sembrano marcatori di una catastrofe, di un’asimmetria (e anche vistosa) dei vantaggi ottenuti dagli iraniani.













