Il primo posto della Vendée Arctique
di
Alessandra Nardini
Una gara inaspettata fino all’ultimo secondo. Dopo la vittoria nella Vendée Arctique, Ambrogio Beccaria racconta la sua regata più estrema tra nebbia, guasti e navigazione in solitaria intorno al Circolo polare artico. E riflette sul cambiamento climatico, tra timori per l’innalzamento dei mari e ragioni per non perdere la speranza
Sono le 3:07 del mattino di oggi quando, dopo aver percorso 3.190 miglia nautiche in otto giorni, 14 ore, 5 minuti e 50 secondi, il milanese Ambrogio Beccaria, 34 anni, ha tagliato il traguardo del porto Les Sables d'Olonne, aggiudicandosi la vittoria della Vendée Arctique. Non è la prima volta che parte in solitaria, ma è la prima volta che si spinge così a Nord: «Non ci speravo», ha raccontato a Pianeta 2030 poche ore dopo l’arrivo in porto, ancora trafelato ed emozionato. E non è una frase di circostanza, le condizioni erano difficili e il podio si è ribaltato nelle ultime ore. «Ho avuto tanti problemi elettrici, c'è stato un blackout e poi sono dovuto andare sott'acqua per liberare la barca da una boa. Insomma, al di là delle difficoltà materiali di un viaggio del genere, ho avuto un po’ di inconvenienti nei primi giorni che mi hanno fatto perdere la fiducia e poi invece piano piano mi sono ripreso e con la barca ci siamo capiti alla grande». Quali sono le impressioni a caldo sulla regata appena conclusa?Mi porto a casa una regata in cui mi sono saputo economizzare, perché ero piuttosto impressionato dal percorso. E poi non navigavo in solitaria da due anni. Ho cercato di mantenere la lucidità, rispettando i miei limiti, una cosa che ammetto di fare raramente. E forse l’immagine più nitida che ho di questo viaggio è proprio questa, più mentale che fisica: il ritmo da maratoneta. Si è rivelata una strategia utile, tutti i problemi che ho avuto nelle prime 48 ore una volta mi avrebbero affossato, invece questa volta mi hanno dato la forza e il rilancio per affrontare il resto. Continuavo a pensare: "Se hai superato questo, adesso è in discesa". Qual è l’immagine dei mari che invece ti è rimasta più impressa?Le acque e gli scenari così freddi, così a nord, inglobati in questo mare di nebbia. È qualcosa a cui non siamo abituati. Per me si trattava di tutti posti nuovi. Ho visto tante isole diverse: le Fær Øer, l'Islanda, l'Irlanda. Poi c’è da dire che girare intorno al circolo polare artico è strano. È quasi frustrante circumnavigare qualcosa di così immaginario. Questa regata ha cambiato il tuo modo di vedere gli oceani?Ogni regata lunga sicuramente mi lega in un modo particolare ai luoghi che incontro, ma sono sensazioni lunghe, che lavorano nel tempo. È troppo presto per dirlo.Si tende a considerare i velisti degli osservatori privilegiati della salute degli oceani, qual è la tua esperienza?Come ho raccontato anche al vostro festival (Ambrogio Beccaria è stato ospite al Festival di Pianeta 2030 il 5 giugno scorso, in collegamento dalla Francia, a due giorni dalla partenza, ndr), ci tengo a dire che siamo solo degli osservatori, quindi possiamo riferire ciò che vediamo, ma non abbiamo gli strumenti che ha a disposizione la scienza e i due piani non vanno mai confusi. E a dirla tutta, il nocciolo del problema riguarda proprio la percezione delle persone. Si tratta di cambiamenti lenti, difficili da percepire come urgenti, è per questo che esistono gli scettici. È come la metafora della rana bollita, che viene immersa in una pentola con acqua fredda e poi il fuoco viene acceso sotto la pentola, la temperatura aumenta poco alla volta. L'anfibio si abitua al tepore senza percepire il pericolo, anzi se la gode all’inizio, poi però si indebolisce e muore bollito. Nella vela qualche effetto immediato, però, lo avete già visto.Si, noi dipendiamo dalle condizioni meteorologiche e un esempio abbastanza evidente del cambiamento climatico è dato dai modelli meteo che usiamo in navigazione. Quando ci sono le grandi ondate di calore in Nord Europa, questi modelli di previsioni vanno completamente in confusione e può capitare che impazziscano anche nel giro di ventiquattro ore. Sei più ottimista o più preoccupato sul futuro degli oceani?È estremamente difficile rispondere a questa domanda. Faccio fatica ad avere opinioni così salde. Spesso mi capita di alternare momenti di depressione in cui mi dico "domani non ci sono più pesci, c'è solo plastica" e il giorno dopo mi convinco che in un modo o nell'altro riusciremo a trovare una soluzione insieme. E in questa alternanza di sensazioni, quali sono i segnali che ti spaventano di più e quali, invece, quelli che ti danno più speranza?L’aspetto che mi preoccupa di più in assoluto del cambiamento climatico è l’innalzamento del livello del mare. Ci sono già molte popolazioni a rischio, alcune isole del Pacifico per esempio sono già state parzialmente evacuate (nell’arcipelago di Tuvalu, a metà strada tra le Hawaii e l’Australia, ndr). Un problema che sembrava lontanissimo qualche anno fa, e invece è già qui. Però poi ci sono segnali di speranza forti che non è giusto sottovalutare, come il ripopolamento di molte specie marine, un esempio su tutti: le balene. Ci siamo messi d'accordo, abbiamo messo delle regole e ora ci sono molti più esemplari di prima. E allora ti rendi conto che non si può perdere totalmente la speranza.








