Il vino torna a essere espressione non solo del suolo e del clima, ma anche degli spazi che lo raccontano, in una fusione sempre più stretta tra uomo, architettura e paesaggioIl vino torna a essere espressione non solo del suolo e del clima, ma anche degli spazi che lo raccontano, in una fusione sempre più stretta tra uomo, architettura e paesaggioC'è tutto da imparare dalla terra. Anzi, dal terroir. Così il design “torna indietro”: non l’antropico che si impone, come si potrebbe credere, ma l’ecosistema, con la sua biodiversità, che comanda. Succede in molte cantine italiane, che in anni recenti non si sono limitate a cambiare look, ma a ristrutturare il loro modo di veicolare significato. A partire dai caratteri dominanti del locus. Da Nord a Sud, transitando per il Centro, tre esempi ci parlano di questa ritrovata consapevolezza.Cortaccia si trova sulla Strada del Vino dell’Alto-Adige, ed è lì, omonima, che si trova la Cantina Kurtatsch, tra le realtà cooperative del vino più radicate nella provincia: è stata fondata nel 1900. Dal 2018, Kurtatsch ha intrapreso questa riflessione. Che è continuata fino al 2020, per ampliare gli spazi e incorporare il paesaggio. In modo concreto e materico: la struttura della facciata è ispirata alla parete rocciosa “Milla”, su cui siede Cortaccia, ed è realizzata in dolomia e calcestruzzo. Presenza che si ritrova nella parete della barricaia. La completano legno di rovere - richiamo alle botti - e vetro, in un progetto firmato dallo studio Dell’Agnolo Kelderer, di Bolzano.Scendiamo in Toscana. Dal 1581 circa, il territorio di Montalcino ospita Villa Bellaria, «il più bel palazzo di campagna dello Stato senese», come la definì un messo dei Medici nel 1616. Cinque secoli dopo, le strutture erano consumate dal tempo. È toccato all’architetto Filippo Gastone Scheggi andare avanti, per riportarle indietro. “Copiando” il lavoro fatto sulla cantina, seguita da Bernardino Sani: ripulire e immettere sprezzatura. Modificare senza dare nell’occhio. Il restauro è stato conservativo, il lavoro studiato a partire da progetti antichi e dalla comprensione del genius loci. Significa partire dalle basi, letteralmente: studiare le malte e le argille del luogo, ricostruire le ossa del palazzo rinascimentale. Riportare a quello che doveva essere, afferma Scheggi. Che, aggiunge, non ha forzato la sua firma architettonica, concentrandosi invece sul recupero armonico di ciò che già esisteva. Alcuni mattoni trovati all’ultimo piano - dove ora c’è un museo d’arte -, per esempio, sono stati tagliati, arrotati e burattati, poi posati a lisca di pesce nella cantina. Cotto, calce naturale, legni di recupero per arredi nuovi: lo stesso scheletro, rivisto sui tempi.Marmilla in fundo: in questa subregione centro-meridionale della Sardegna si trova Su’Entu, la più giovane cantina delle tre, nata nel 2008 con un approccio al design “naturalistico”. Su terreni sostanzialmente incolti, racconta Domenico Sanna dell’hospitality, la famiglia Pilloni ha innestato un ragionamento di valorizzazione agricola e umana, affidando allo studio Casciu Rango la costruzione di una cantina -adatta a trasformarsi in esperienza - che dialogasse con il vento, onnipresente sulle colline dolci della Marmilla, e con le forme della casa del vicino Campidano, corte centrale e tanta arenaria. Una costruzione senza fasti, che restituisce dignità non solo al terroir dei vini, ma anche alla cultivar umana che, troppo spesso, per le scarse opportunità spopola il luogo. La cantina, insomma, è diventata una casa del popolo. E porta alla ribalta quel carattere fondamentale del vino: il suo essere fusione reale di uomo e paesaggio.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp
Come il design delle cantine italiane sta riscoprendo il legame con il terroir e il paesaggio
Il vino torna a essere espressione non solo del suolo e del clima, ma anche degli spazi che lo raccontano, in una fusione sempre più stretta tra uomo, architett






