Ieri il prezzo del petrolio è sceso al livello più basso degli ultimi tre mesi: il Brent, il parametro di riferimento per il greggio, ha perso quasi il 5 per cento in una sola seduta, scendendo a circa 83 dollari al barile. Il sollievo dei mercati, però, convive in questi giorni con l’allarme degli armatori di tutto il mondo, perché per loro l’annuncio di un’intesa preliminare non è sufficiente: vogliono sapere se le acque sono navigabili in sicurezza e se le mine saranno rimosse, se le assicurazioni contro il rischio di guerra sono ancora valide – senza contare il rischio di una riapertura disorganizzata. Dirigenti del settore Oil & Gas hanno invece avvertito la Casa Bianca che nei prossimi mesi, a causa del dispendio di scorte petrolifere di questi mesi, il prezzo della benzina potrebbe salire. Per capire queste due direzioni, serve tornare indietro.Dal 28 febbraio lo Stretto di Hormuz, quel braccio di mare da cui passava regolarmente un quinto dell’offerta del petrolio mondiale, è rimasto chiuso. Ciò, al netto degli oleodotti sauditi ed emiratini che aggirano Hormuz muovendo 3 milioni di barili, ha comunque sottratto al mercato globale più di 10 milioni di barili al giorno, ossia un decimo dei consumi globali (stimati a circa 105 milioni di barili giornalieri). Prima del conflitto il prezzo per barile si aggirava attorno ai 70 dollari. Poi, dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, è salito tra marzo e aprile sopra i 100 dollari. Eppure solo nella fase più acuta della guerra il barile ha sfiorato i 120 dollari, rimanendo comunque sotto record storici – come quello dei circa 147 dollari del luglio 2008 –, e nell’ultimo mese è sceso di nuovo stabilmente sotto i 100 dollari .Questo si deve principalmente a tre fattori. In primis, in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, si è attinto alle scorte accumulate negli anni per mitigare la mancanza di offerta. In secondo luogo, gli stessi americani hanno esportato più prodotti petroliferi (anche qui, pescando dalle riserve), soprattutto in Asia ed Europa. E terzo, ma non in ordine di importanza, la Cina, il primo importatore mondiale, ha tagliato gli acquisti dall’estero – per dare un indicatore, nelle analisi di Société Générale questo ha pesato più dei rilasci di riserve occidentali. Pechino ha infatti ridotto gli acquisti per alleggerire la pressione globale sui mercati (e non per altruismo nei confronti del presidente Donald Trump), passando da quasi 12 milioni di barili al giorno a meno di 9 tra febbraio e maggio, un taglio superiore al 25 per cento.Il guaio è che molte di queste linee di difesa stanno per toccare il fondo (del barile). Le scorte mondiali di greggio si sono ridotte di circa 500 milioni di barili dall’inizio della guerra, al ritmo di quasi 6 milioni al giorno. Jim Burkhard, capo della ricerca del mercato energetico e del greggio per S&P Global, ha detto a E&E news: “Sorprende che i prezzi, anche grazie alle scorte, non siano saliti di più. Ma non potrà durare per sempre”. Negli Stati Uniti le riserve strategiche (le Spr, create dopo la crisi dell’Opec del 1973), che lo stato detiene per le emergenze, sono di nuovo quasi ai livelli degli anni Ottanta – dove non scendevano dai prelievi decisi dall’ex presidente americano Joe Biden dopo l’invasione russa dell’Ucraina. E nonostante ciò, la benzina negli Stati Uniti costa ancora più di 4 dollari al gallone, un aumento di circa il 40 per cento rispetto a febbraio.Se i mercati hanno comunque accolto l’intesa con sollievo è perché, da un lato, guardano a com’era il mercato prima del conflitto, quando di petrolio invece se ne stava accumulando. L’Agenzia internazionale dell’energia infatti prevedeva per il 2026 un surplus di offerta. Ma questa è una scommessa che pende tutta da un lato, anzi, che tutta dallo Stretto di Hormuz. Se la riapertura fila liscia il prezzo continuerà a scendere ancora, verso i 70 dollari. Ma se qualcosa va storto (una mina sul fondo, una petroliera attaccata, una ripresa del conflitto), questa volta le scorte da immettere per frenare i prezzi non basterebbero.
Dopo l’intesa crolla il prezzo del petrolio, ma le scorte scarseggiano
Le riserve mondiali di greggio, che hanno aiutato a calmierare i prezzi, si sono ridotte di circa 500 milioni di barili dall’inizio della guerra. E dall'Oil & Gas americano avverto la Casa Bianca che la benzina potrebbe continuare a salire











