di
Federico Fubini
Le quotazioni del greggio restano relativamente sotto controllo. E pochi avevano previsto che sarebbe successo così a lungo
Nel 2022, dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina, non è mai mancato un solo litro all’offerta mondiale di petrolio ma il prezzo del Brent salì a 120 dollari al barile. Succedeva quattro anni fa. Oggi invece da cento giorni è chiuso (o quasi) lo stretto di mare che garantiva il 20% delle forniture giornaliere di greggio: il più grande choc di offerta nella storia mondiale, al quale per ora non si vede una soluzione. Eppure il prezzo del barile del Brent ieri viaggiava ancora a 90,7 dollari, di un quarto sotto ai livelli di quattro anni fa (ma anche di più se corretto dall’effetto dell’inflazione).
Le quotazioniLe quotazioni restano dunque relativamente sotto controllo. E pochi avevano previsto che sarebbe successo così a lungo. In marzo gli analisti di alcune grandi banche di Wall Street - Jp Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley - concordavano nel vedere il prezzo del barile di petrolio oltre 150 dollari al barile, se lo Stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso fino a questo punto. Wood Mackenzie, un grande consulente sull’energia, immaginava il greggio a duecento dollari nella seconda metà dell’anno. Per ora invece non è successo. Ed è probabile che le democrazie avanzate debbano ringraziare, in buona parte, gli stessi che aiutarono durante la pandemia: i Paesi dal reddito per abitante più basso al mondo. Allora aiutarono i Paesi ricchi, involontariamente, lasciando loro gran parte dei vaccini contro il Covid perché non riuscivano a competere sul prezzo: con offerte imbattibili l’Unione europea si accaparrò vaccini per molto più del proprio fabbisogno, lasciando i Paesi poveri sprovvisti, quindi di recente ha distrutto circa mezzo miliardo di dosi mai usate e ormai scadute.








