Nelle ultime settimane ha dominato un tema: la perdita del 14% dell"offerta mondiale di petrolio, pari al doppio del quantitativo di greggio arabo finito sotto embargo nel 1973, ha provocato un aumento dei prezzi del greggio tutto sommato contenuto - il 30% circa - rispetto al rialzo del 134% nel 1973, nonostante in quell"occasione fosse stato interrotto appena il 7% dell"offerta.
La domanda di Mike Haigh, head of Fic & Commodity Research di Societe Generale, è: perché i prezzi non sono saliti in modo più marcato?
Primo, la Cina sta agendo come forza di riequilibrio del mercato, riducendo le importazioni di greggio da 11,7 a 9 milioni di barili al giorno da febbraio a fine maggio, accompagnate da un calo dell"utilizzo delle raffinerie.
Questa riduzione è enorme: equivale al doppio della capacità dell"oleodotto di bypass degli Emirati Arabi Uniti ed è vicina all"intera domanda di oil del Giappone.
Secondo, inflazione più elevata, salari più alti e gli effetti valutari fanno sì che i prezzi attuali risultino meno «dolorosi» rispetto al passato: un prezzo di 100 dollari al barile oggi equivale a percepire un prezzo di 50-70 dollari nelle principali economie.









