“Tanto tuonò che piovve. Ma poco”. È la sintesi della giornata di ieri sul mercato del petrolio. Venerdì sera per acquistare un barile di greggio (che poi sono quasi 160 litri) servivano 91 dollari. Appena il mercato si apre, il prezzo arriva quasi a 120 dollari superando il livello toccato nel 2022 all’indomani dell’invasione russa in Ucraina. Poi è progressivamente calato sotto i 95 dollari. La domanda è: ma che è successo? Che il prezzo del petrolio salisse era scritto. Ma perché poi è diminuito? Il regime è caduto? No. Lo stretto di Hormuz è riaperto? No. E allora? Il fatto del giorno è l’indiscrezione rilanciata dal Financial Times subito di prima mattina. I ministri dell’economia del G7 si sarebbero riuniti, cosa che hanno effettivamente fatto sotto la presidenza francese di turno del 2026, per deliberare la messa sul mercato di un terzo delle riserve petrolifere. Alla riunione ha anche partecipato il presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) Fatih Birol in rappresentanza dei sui 32 membri. Ne fanno parte la maggioranza dei paesi europei cui si aggiungono Australia, Corea, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Turchia, Stati Uniti e Regno Unito. L’operazione prefigurata prevedeva il rilascio sul mercato di un terzo del petrolio accantonato da questi paesi. Che tradotto in numeri significa più o meno questo. I paesi Iea hanno riserve per 1,2 miliardi di barili già immagazzinate per le emergenze. E questa è un’emergenza.