Pochi minuti dopo la pubblicazione del video – in cui si vede un nero accoltellare un bianco – in tutta l’Irlanda del nord è subito apparso molto chiaro quello che stava per succedere. Il risentimento diffuso, il ruolo dei social media, l’ambiguità delle parole dei politici e le ingerenze degli agitatori all’estero avevano creato la carica esplosiva. La sera dell’8 giugno è arrivata la scintilla.

Chi ha visto il video non lo dimenticherà facilmente: in una strada del nord di Belfast un uomo ne accoltella un altro al volto e al collo, urlando frasi in arabo. I passanti intervengono e lo bloccano, ma la vittima, Stephen Ogilvie, viene gravemente ferita e perde un occhio.

Il 10 giugno Hadi Alodid, trent’anni, rifugiato sudanese, è comparso davanti a un tribunale di Belfast con l’accusa di tentato omicidio. Il procedimento è stato rapido, ma le case delle famiglie appartenenti alle minoranze etniche devastate dalla violenza della folla testimoniano che la giustizia sommaria è stata ancora più veloce.

“Chi viveva lì?”, ha chiesto una donna la sera del 9 giugno davanti ai resti carbonizzati di una casa su McMaster street, nei pressi di Newtownards road, nella zona orientale di Belfast.

“Una famiglia di rom romeni”, ha risposto qualcuno.