No alla chiusura delle frontiere e all’interruzione degli accordi con l’Unione europea; sì alla stretta sull’obiezione di coscienza al servizio militare. In Svizzera il responso dei cittadini chiamati domenica al voto per un doppio referendum (oltre ad altri quesiti riguardanti singoli cantoni) sembra seguire orientamenti politici e culturali dissimili, se non divergenti.

DA UN LATO, dopo i cantoni anche la popolazione ha bocciato l’iniziativa della destra populista dell’Udc (Schweizerische Volkspartei, Svp, nei cantoni di lingua tedesca) che intendeva porre un tetto massimo agli abitanti del Paese elvetico. Era il quesito più temuto, dentro e fuori i confini. La proposta «No a una Svizzera da 10 milioni!», osteggiata anche dalla maggioranza parlamentare e dal Consiglio federale, ha trovato uno sbarramento da parte del 54,8% dei votanti.

MENTRE, viceversa, è passato con il 52,5% di voti favorevoli il progetto di modifica della legge sul servizio civile voluto da governo e Parlamento al fine di favorire l’arruolamento nell’esercito. Alta l’affluenza alle urne (58%), circa dieci punti in più della media dei referendum precedenti.

PERCENTUALI che dimostrano comunque come la società svizzera sia di fatto spaccata, attraversata da tentazioni separatiste e xenofobe crescenti negli anni. Nel 2014 infatti l’iniziativa denominata «Ecopop», in cui populisti e ecologisti oltranzisti proponevano di imporre uno «Stop alla sovrappopolazione – sì alla conservazione delle basi naturali della vita», fu bocciata con una maggioranza più decisa: dal 74,1% dei votanti. Pochi anni dopo, nel 2020, la percentuale di chi si oppose al piano dell’Udc di limitare l’immigrazione era già scesa al 61,7%. D’altronde, dal 2002, anno in cui sono entrati in vigore gli accordi con l’Ue sulla libera circolazione delle persone, i residenti in Svizzera sono passati da 7,4 milioni agli attuali 9,1 milioni.