Se n’è già parlato troppo. La consacrazione gruberiana in tenuta moda mare Versilia, le metafore scatologiche, gli spray al merito, i saluti ai «cari amici, cari camerati». E se i patentini di antifascismo sono sintomo di una deriva censoria, quelli di neofascismo, al contrario, sono il tagliando di una democrazia in perfetta salute.

Si è già detto che canzonarlo lo rafforza e prenderlo sul serio lo legittima, che è una stampella per la sinistra, no anzi, è un motore per la destra. Di Roberto Vannacci e della sua ruggente costituente romana, insomma, da giorni si scrive, si pensa e si dice di tutto, comprensibile reazione disorientata a un’epifania collettiva. Alla «destra autentica», a quanto pare, non c’è mai fine.

«Vogliamo il Generale», l’epopea di Vannacci sembra una commedia di Monicelli

Un dettaglio di questa alba vannacciana però non lo comprendo. Perché se nel comizio del generale fila tutto liscio come l’olio (di ricino, chiaro), ovvero in sintonia con ciò che il suo saggio sui ribaltamenti terrestri anticipava e in armonia con la trivialità politica già abbondantemente esibita e ora teorizzata nel particolare, un punto non torna.

Sarà mai possibile che i membri di Futuro nazionale, prima di farsi chiamare “futuristi”, non abbiano letto il manifesto da cui ereditano nostalgicamente il nome? Saranno stati così distratti da non accorgersi che Marinetti se la prendeva con qualsiasi forma di culto del passato invocando la sua distruzione?